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Il Cameo (52) – Fatih Portakal: tre anni di galera per un tweet ironico

Fatih Portakal

Il giornalista di Istanbul Fatih Portakal, volto noto dell’emittente privata Fox Tv Turchia, è solo l’ultima vittima delle, per così dire, attenzioni zelanti del governo turco nei confronti dei giornalisti. La sua vicenda è per certi versi nota, somigliando a quella che lo accomuna a molti altri suoi colleghi. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan e l’autorità bancaria nazionale lo hanno denunciato con l’accusa di aver «pubblicato messaggi falsi sui social media per manipolare l’opinione pubblica». Le accuse hanno avuto sèguito davanti al tribunale penale della capitale, che ha incriminato Portakal per aver «danneggiato la reputazione, il prestigio e le posizioni delle banche turche». Questo è il testo del tweet che è costato la libertà al giornalista:

 

Portakal, che conta più di 7 milioni di follower su Twitter, ha scritto che secondo lui il presidente stava pensando di raccogliere soldi tramite una nuova tassa approfittando della pandemia del coronavirus. Nell’atto di accusa si legge che Portakal avrebbe scritto quel tweet per indurre il suo pubblico a pensare che Erdogan stesse approfittando del Covid per raccogliere indebitamente soldi dai conti dei cittadini turchi titolari di conto corrente, per poi restituirli a epidemia sconfitta. Tanto basta, in Turchia, per finire nei guai: per aver violato, secondo le autorità, l’articolo 74 della legge bancaria turca, il giornalista rischia una pena detentiva fino a tre anni, al di là delle sanzioni pecuniarie.

Non è bastato un chiarimento dell’autore del testo: Portakal ha spiegato che il suo tono era chiaramente ironico. Tekâlif-i Milliye (obblighi nazionali,  tasse nazionali) sono provvedimenti legislativi che furono presi da Mustafa Kemal Pasha nel 1921 per soddisfare le esigenze dell’esercito e prepararsi per la battaglia di Sakarya, durante la guerra greco-turca. Il richiamo a quelle norme, ha spiegato, era chiaramente scherzoso. Il tweet in questione aveva ricevuto più di 70.000 “mi piace”, quando l’autorità giudiziaria turca ne ha impedito l’accesso su tutto il territorio nazionale. Non lo si può più neanche leggere.

 


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