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Il Cameo (58) – Omar Radi e quella strana “ricetta” contro i giornalisti del Marocco

Il giornalista marocchino Omar Radi, reporter del portale di notizie indipendente Le Desk, “Il cuore battente dell’attualità in Marocco”, è stato arrestato dalla Brigata Nazionale di polizia giudiziaria e trasferito nelle celle di custodia della corte d’appello di Casablanca. L’accusa che gli è stata mossa è quella di attentare alla sicurezza nazionale, per aver collaborato con forze di intelligence straniere ricevendo e mandando informazioni riservate. Piuttosto singolarmente, Radi è in carcere anche con una seconda accusa: quella di violenza sessuale.

Radi nega tutti gli addebiti, così fanno sapere i suoi avvocati. Per capire la sua vicenda bisogna fare riferimento, innanzitutto, al fatto che il giornalista marocchino è una “vecchia conoscenza” delle forze di polizia locali: il suo giornale ha fatto sapere che, con questa, è la decima volta che Radi è stato deferito a una corte penale durante la sua attività da giornalista. Lo scorso mese di marzo ha visto Radi condannato a quattro mesi di reclusione e a 500 dirham di multa (circa 45 euro) per aver “insultato un giudice”. Tra le altre condotte di cui è stato chiamato a rispondere, negli ultimi anni, figurano un ventaglio di reati stranamente comuni a un altro caso di persecuzione: minacce, realizzazione di filmati senza autorizzazione, illeciti sessuali, intelligenze con Paesi stranieri, vilipendio, attentato alla pubblica sicurezza. Sono lo stesso tipo di accuse mosse a un collega di Radi, Taoufik Bouachrine, editore di un giornale indipendente dal nome Akhbar al-Youm, in galera dal 2018 senza che si sia ancora concluso il promo grado del suo processo. Il fatto singolare è che la accusatrice di Bouachrine, una donna che – come nel caso di Radi – aveva denunciato di avere subìto violenze dal cronista, aveva poi ammesso a una testata marocchina che la sua deposizione era stata falsificata e stravolta, dopodiché era stata a sua volta imprigionata.

Nessuno chiede impunità per i giornalisti, tanto meno se si tratta di accuse che riguardano comportamenti che nulla hanno a che fare con la professione del reporter. Tuttavia, il modus operandi delle autorità del Marocco è, a dire poco, sospetto: sembra proprio che, contro i giornalisti ritenuti scomodi, si applichi una sorta di “ricetta” che comprende una serie di accuse a vario titolo, professionali e personali, rispetto alle quali la magistratura locale pare avere pochissima urgenza di dimostrarne l’esistenza ma, al contrario, molta fretta di procedere ad azioni di restrizione della libertà. Come dire: che il giornalista finisca subito in prigione e smetta immediatamente di lavorare. Dopodiché, con calma, si potrà procedere all’esposizione del suo caso in udienza.

La storia di Omar Radi non fa eccezione, in questo senso: difatti, la prima udienza del suo caso sarà discussa il 22 settembre prossimo. Se condannato, secondo il codice penale marocchino Radi rischia una pena da uno a cinque anni per le (presunte) intelligenze col nemico e per l’attentato alla sicurezza nazionale; la violenza sessuale, invece, prevede la reclusione fino a dieci anni.

 


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