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Il Cameo (55) – Ali Toubal, un post su Facebook vale due anni di prigione

Il giornalista algerino Ali Djamel Toubal è stato processato per direttissima da una corte algerina e condannato a due anni di prigione. Il fatto è accaduto nei dintorni di Mascara, nella cittadina di Mohammadia, il 17 giugno. Toubal è un cronista per il quotidiano indipendente Ennhar, ed è stato trascinato davanti alla corte di giustizia per avere (si legge nel capo di imputazione) insultato le istituzioni statali e distribuito testi in pubblico che ledono l’unità nazionale. L’accusa mossagli è una vecchia conoscenza per i giornalisti che lavorano nei Paesi in cui censura e bavaglio operano più o meno indisturbati.

A scendere nel dettaglio, si scopre che quanto Toubal ha fatto non ha nulla a che vedere con le gravi accuse che ha dovuto affrontare. Infatti, tutto nasce dalla sua pagina su Facebook. Che il giornalista ha usato per documentare le proteste popolari contro il governo, che in Algeria si fanno sentire nelle strade dallo scorso mese di febbraio. Tanto è bastato per trovarsi le forze di polizia in casa e perché il pubblico ministero fissasse immediatamente l’udienza. L’accusa ha richiesto tre anni di reclusione e il giudice ne ha inflitti due. Toubal, 47 anni, è padre di quattro figli piccoli e, alla lettura della sentenza, ha accusato un malore. Secondo fonti locali, l’accusa ha messo in risalto una serie di fotografie pubblicate su Facebook dal giornalista, in cui si vedeva la polizia maltrattare e malmenare alcuni rappresentanti del movimento di protesta “hirak”.

La situazione della libertà di stampa in Algeria è preoccupante. Il caso di Toubal è solo l’ultimo di una serie di attacchi frontali all’informazione, a colpi di anni di galera da scontare. Come la vicenda di Khaled Drareni e di altri giornalisti che stanno pagando con la privazione della libertà il loro essere stati cronisti indipendenti.


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