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Il Cameo (51) – L’Algeria e quel timore del dissenso. Anche sulla pandemia

La gendarmeria nazionale algerina, il primo aprile 2020, ha arrestato tre lavoratori del quotidiano nazionale Essawt El-Akhar. La ragione dell’arresto, stando alle autorità, è il reportage pubblicato dal giornale sulla pandemia causata dal Covid-19. I tratti in arresto sono Meriem Cherfi, giornalista; Rafik Mouhoub, responsabile amministrativo e Mohamed Lamari, caporedattore. Dopo un paio di ore di interrogatorio, i tre giornalisti sono stati rilasciati nonostante il magistrato inquirente avesse chiesto la carcerazione preventiva, perché il giudice delle indagini preliminari ha deciso di liberarli sotto osservazione fino alla fine dell’investigazione sul loro caso.

La ragione del provvedimento, così grave, sta nell’accusa che è stata mossa: la violazione dell’articolo 79 del codice penale algerino, che punisce chiunque attenti all’unità nazionale o diffonda pubblicazioni che possano portare pregiudizio all’unità nazionale. Nel testo del reportage si legge che l’istituto Pasteur di Algeri, la capitale, incaricato di rilasciare statistiche sul contagio da coronavirus, abbia diffuso dati falsi. La pena per chi viola l’articolo 79 può arrivare a dieci anni di reclusione.

Cherfi, Mouhoub e Lamari, al momento, si sono visti ritirare i passaporti e, ogni settimana, devono presentarsi e firmare in tribunale. Le indagini potrebbero durare fino a otto mesi e, in ogni momento, il giudice potrebbe commutare la libertà vigilata con la prigione.

In queste settimane, il governo algerino si sta distinguendo per una lotta senza quartiere a chiunque non sia allineato alle posizioni ufficiali sull’epidemia. Una giovane attivista, Imane Meddour, è stata arrestata e umiliata sul canale televisivo nazionale – che ha mandato in onda la sua immagine con le mani ammanettate dietro la schiena – perché accusata di aver messo in ridicolo il suo Paese. La donna aveva criticato, in un video postato sui social network, la decisione di lasciar muovere liberamente persone messe in quarantena, che avevano eluso gli obblighi di sicurezza grazie – così lei riteneva – alle loro relazioni personali con il potere. Invece di procedere con una causa per diffamazione, le autorità si sono avvalse di uno strumento abnorme come la legge sulla sicurezza nazionale: ha tutta l’aria di un provvedimento intimidatorio per chiunque, nel Paese, voglia esprimere qualunque forma di dissenso.

 


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