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Il Cameo (44) – Sicurezza in cambio di libertà: la stampa e Orbán

Ci hanno lavorato sette organizzazioni internazionali. Alla fine, il responso è stato chiaro: l’Ungheria non è un Paese che abbia a cuore la libertà di stampa. Una delegazione di associazioni ed enti a difesa della libertà di stampa ha incontrato, a fine novembre 2019, giornalisti magiari e associazioni di categoria; in più, ha ottenuto un’audizione con Zoltán Kovács, portavoce del governo, e con il sindaco di Budapest Gergely Karácsony.

La raccolta di dati e testimonianze, contenuta in un documento analitico pubblicato da Reporter senza frontiere, CPJ (il Comitato di Protezione dei Giornalisti) e altre cinque organizzazioni primarie, ha portato all’individuazione di una serie di problemi molto seri per la libertà di stampa in Ungheria. Nonostante, infatti, non si registri un tasso di violenze, imprigionamenti e minacce contro i cronisti che sia paragonabile a quello solitamente rilevato in altri regimi autocratici, la strategia del governo guidato da Viktor Orbán sembra essere quella di “silenziare” la stampa scomoda e non allineata, con chiusure forzate di alcune testate e il diretto acquisto, da parte del governo di altre testate nate come indipendenti. L’unico giornale indipendente a tiratura nazionale, oggi, è Népszava, che però ha una tiratura di appena 20.000 copie. Népszabadság e Magyar Nemzet sono stati chiusi (o meglio: il secondo è stato riaperto nel 2019 dopo un anno di stop, ma è diventato nel frattempo un organo del partito di governo).

Il rapporto afferma che “la costruzione di un impero mediatico asservito al governo è al servizio di una ampia macchina della propaganda, che isola gran parte dei cittadini dall’accesso a fonti di notizie non controllate dall’alto e che contribuisce al partito del presidente (Fidesz) di continuare a fortificare il suo potere”.

Se, poi, a ciò si aggiungono le numerose prese di posizione di Orbán contro determinati giornalisti, anche con violenti attacchi verbali e con l’utilizzo di procedimenti giudiziari, il quadro della situazione si fa ancora più fosco. I media che non battono la grancassa al governo sono definiti “contro il popolo”, “anti-Ungheria” e “traditori”: tutto questo contribuisce a esacerbare lo scontro politico, inducendo parti della cittadinanza a considerare veramente nemici della patria quei cronisti che si limitano a fare il loro lavoro senza preconcetti. Peraltro questa tattica è adottata anche da altri leader europei e non, spesso populisti e sovranisti, e si inserisce nel solco di una (triste) tradizione autoritaria, che gioca sul sentimento nazionale per dipingere come avversario dannoso e degno di disprezzo chiunque non sia schierato al fianco di chi propugna certe tesi. I giornalisti intervistati raccontano che la televisione pubblica ungherese e la principale radio nazionale (del gruppo Kesma) sono completamente sdraiati sulle posizioni governative, e il governo si comporta da tiranno con chi non si adegua ai loro comportamenti compiacenti. Come? Con i soliti modi para-autoritari: si negano pass stampa, non si invitano i giornalisti ad appuntamenti ufficiali se non riconosciuti come “amici”, si negano interviste e accesso alle fonti. La narrativa pro-governo è preponderante e i pochi media indipendenti faticano a tenere il passo, anche per la mancanza di finanziamenti: il portavoce del governo ha negato che le istituzioni “strozzino” i media non allineati, ma la verità è opposta. La televisione RTL Klub, che ha uno share del 10% in Ungheria, non riceve un soldo di pubblicità dal generoso budget statale dedicato alle inserzioni pubblicitarie. Il sito Index.hu, che conta un milione di lettori al giorno, subisce la stessa sorte.

Il rapporto, infine, chiede agli organismi europei di intervenire: è necessario sostenere la stampa indipendente in Ungheria, controllare le influenze nefaste del governo locale sulla libertà di stampa, verificare che i fondi UE assegnati all’Ungheria non vengano usati per finanziare la propaganda di Orbán, condannare apertamente il dileggio pressoché quotidiano dei giornalisti “nemici” da parte del governo ungherese.

 

 

 


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