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Dallo Yemen, le Voci Scomode di una guerra silenziosa

Sherif el Sebaie, Ameen al-Safa, Laura Silvia Battaglia, Ali al-Muqri, Darline Cothière, Rosita Ferrato

Dietro la scelta di dedicare allo Yemen l’edizione 2019 di «Voci scomode» ci sono due ragioni. A spiegarle è la direttrice della Maison des Journalistes Darline Cothière: «perché è molto poco mediatizzato e scarsa attenzione è stata dedicata a questa guerra silenziosa che ha causato una crisi senza precedenti. E perché la testimonianza e il percorso dei giornalisti Ali Al-Muqri e Ameen Al-Safa sono espressione di grande coraggio e di profonda umanità». Trascurato dai media «per correre dietro alle fake news – che esistono da sempre, solo che si chiamavano bufale», come denuncia Alessandra Comazzi, presidente dell’Associazione Stampa Subalpina, lo Yemen non fa notizia, neppure di fronte alla crisi umanitaria che sta mettendo in ginocchio la popolazione, piegata dai bombardamenti, dalla fame e dalle epidemie di colera.
Nel nome dell’unico tipo di giornalismo che secondo Alessandra Comazzi esiste – «quello fatto bene, che cerca le fonti, va sul posto e con umiltà racconta» – ai giornalisti ospiti della MDJ e invitati dal Caffè dei Giornalisti, spetta il compito di fare un’analisi della situazione attuale e tracciare una prospettiva, facendo emergere dubbi. Ameen Al-Safa, specializzato nella copertura dell’attualità politica, ha seguito i ribelli huthi e ha rivelato numerose violazioni dei diritti umani; Ali Al-Muqri, oltre a svolgere la professione di giornalista, è un intellettuale impegnato e uno scrittore, che promuove attraverso i suoi saggi la convivenza e la tolleranza.

Un passo indietro: prima che le milizie del nord, i ribelli huthi, occupassero la capitale Sana’a e in pochi mesi imponessero la loro presenza, diverso era lo scenario della libertà di stampa, quando le rivoluzioni che hanno vissuto i Paesi arabi sono arrivate anche nello Yemen e i cittadini yemeniti hanno chiesto l’allontanamento del presidente Saleh e spazio per i diversi punti di vista.
«Era migliore rispetto a oggi. C’era un margine di libertà che oggi non esiste più», commenta Al-Safa, che ha lavorato anche dopo l’arrivo delle milizie huthi, seguendo gli scontri tra i ribelli e le forze governative dal 2012 al 2015. Dopo il 2015, infatti, c’è stata una demonizzazione e una repressione del lavoro giornalistico. Secondo i dati dell’Unione dei giornalisti in 4 anni di conflitto 200 giornalisti sono stati rapiti, 32 sono stati uccisi, mentre 13 sono tuttora in carcere, vittime di torture.

Eccezione fatta per il periodo tra il 1990 e il 1994, in cui c’è stata una sorta di primavera giornalistica e politica, la situazione della libertà di stampa nello Yemen era comunque già compromessa durante il governo di Saleh appoggiato dagli islamisti, dopo la guerra civile che aveva portato alla caduta del governo socialista: azzerata di fatto la rappresentanza politica del sud, il giornalismo aveva subito una regressione e i professionisti dell’informazione erano perseguitati con l’accusa di seminare discordia o di mancare di rispetto alla religione. «I giornalisti potevano denunciare la corruzione, ma non accompagnare con prove il loro attacco, pena l’arresto», ricorda Al-Muqri, che continua: «In tutta la mia vita ho avuto familiarità con i divieti e con la censura». Nel 1997 è diventato bersaglio dei quotidiani islamisti per aver scritto quattro articoli sul rapporto tra islam e alcol: non si trattava di stabilire se gli alcolici fossero leciti o illeciti, l’intento era piuttosto di dimostrare che esistono numerose sfaccettature nella dottrina, che sono state date letture diverse ai testi fondativi dell’islam, che solo da mille anni a questa parte si è imposto il divieto del consumo di alcol, mentre prima di allora nei testi era celebrato, ad esempio, l’uso del vino. Insomma, l’idea era di tirare fuori la parte nascosta della tradizione e presentare altri punti di vista. La reazione? «Mi aspettavo di essere assassinato da un momento all’altro. All’epoca, però, almeno sapevamo chi voleva assassinarci. Con la guerra no, non sapevamo più chi e per quale ragione ci avrebbe ucciso. Qualsiasi motivo era buono: il nostro accento, l’appartenenza o la non appartenenza politica, come eri vestito». Nel 2013 è stato pubblicato un suo romanzo che metteva in relazione l’estremismo dei militanti jihadisti e il ruolo della donna, poi adottato come testo universitario. I genitori di alcuni studenti hanno protestato, riuscendo a ottenere il licenziamento del docente che lo aveva proposto nel suo corso. Non solo: quando è emerso che Al Qaeda voleva la sua testa, il professore è stato costretto all’esilio al Cairo. Cos’è accaduto quando ci si è resi conto che l’autore di quel libro era ancora in Yemen? È scattata l’accusa di apostasia. Dopo aver ricevuto più di una fatwa e parecchie minacce di morte in ragione del suo giornalismo indipendente, Al-Muqri ha lasciato il Paese per rifugiarsi in Francia. Anche Al Safa ricorda: «a mezzanotte, finito di lavorare in redazione, controllavamo bene sotto la nostra auto per vedere se era stato messo un pacco bomba, perché era molto frequente. Io sono stato seguito, mi hanno sparato addosso. Quando ho capito che la mia vita era in pericolo, ho lasciato la mia famiglia per andare in Arabia Saudita. Da lì avrei potuto scrivere, ma temevo per mia moglie e i miei figli rimasti in Yemen. Mi hanno accusato di solidarizzare con una parte e con l’altra del conflitto. Mi sono dapprima trasferito a Budapest, poi ho chiesto asilo politico in Francia. Dal 2015 ho visto per la prima volta la mia famiglia solo 10 giorni fa”.

Laura Silvia Battaglia, chiamata a moderare l’incontro, ha ricordato il caso del direttore del quotidiano «Aden Tomorrow», rapito e poi costretto all’esilio per aver scelto di pubblicare le storie di gente di Aden rapita, taglieggiata con la richiesta di riscatto, torturata, poi liberata senza che la polizia aprisse un’indagine perché giustizia fosse fatta.
E allora si può fare il giornalista oggi in Yemen mantenendo la propria indipendenza, senza essere considerato un soldato con la penna? «Dopo la caduta di Sana’a nelle mani degli huthi non esiste più il giornalismo», commenta Al Safa. «È impossibile essere un giornalista indipendente, anche perché chi lo è è accusato di non esserlo», spiega Al Muqri. «Quando chiedevamo di fermare la guerra, ci chiedevano di chi stessimo facendo gli interessi. La richiesta di pace era percepita come un appello contro. Ciascuno degli attori in campo era convinto che avrebbe vinto, ma dopo cinque anni di conflitto molti sentono di essere stati sconfitti e allora oggi parlare di pace è possibile e ha maggior valore il discorso dell’indipendenza dei giornalisti».

Neppure i media internazionali sono neutrali quando si parla di Yemen, perché rispondono alla visione o dell’Arabia Saudita o dell’Iran o degli Emirati: iniziato come un colpo di stato tra gli huthi appoggiati dall’Iran contro il governo legittimo, è diventato una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran.  Non arrivano informazioni attendibili, anche sui social media il messaggio è inesatto o manipolato. E poi manca una copertura mediatica: «Si è parlato molto del caso Khashoggi, ma nessuna notizia è stata data sui giornalisti yemeniti uccisi».
In questo panorama, la posizione delle giornaliste yemenite è ancora più delicata: molte attiviste, molte professioniste della carta stampata sono state esiliate. In generale il ruolo della donna nella società ha subito un’involuzione, dopo anni in cui grandi passi avanti erano stati fatti soprattutto nel campo dell’istruzione e in particolare nelle zone rurali. Eppure i reportage migliori dell’attuale Yemen sono stati fatti da donne: le giornaliste, comprese le corrispondenti straniere, hanno scelto di trasformare una privazione della libertà in un punto di forza. Obbligate a coprirsi, possono passare più facilmente ai checkpoint, dove non è richiesto loro di esibire il passaporto. Non esistono, invece, camerawomen, come racconta Laura Silvia Battaglia: «Quando mi hanno vista girare con una grossa telecamera in spalla, mi è stato chiesto se fossi di Aden, perché le donne del sud sono ritenute più libere!»


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