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Il Cameo (42) – Hakan Demir e il delitto di raccontare le guerre di Erdogan

La Procura della Repubblica di Istanbul ha diffuso un comunicato ufficiale nel quale si vietano esplicitamente le notizie di cronaca e i commenti critici sull’assalto militare della Turchia alla Siria settentrionale. Nel testo si legge che qualunque individuo «prenda di mira la pace sociale della Repubblica di Turchia, la pace domestica, l’unità e la sicurezza con qualsiasi tipo di notizia suggestiva, pubblicazione o trasmissione scritta o visiva» sarà perseguito secondo il codice penale turco e la legge antiterrorismo fortemente voluta dal dittatore Recep Tayyip Erdogan.

La tragica vicenda militare dell’ottobre 2019, al confine tra Siria e Turchia, è complessa e avrebbe bisogno di una copertura mediatica libera e incondizionata, sia per le popolazioni locali sia per il mondo che, talora, fatica a comprendere le fazioni in lotta e le ragioni degli attacchi sanguinosi. Così, invece, non sta accadendo, anzi: le forze di polizia hanno preso in custodia, per esempio, il giornalista Hakan Demir, redattore web del quotidiano (di ispirazione progressista) BirGün. Perché fosse prelevato direttamente a casa sua a Istanbul è stato sufficiente un tweet sull’offensiva della Siria. Portato immediatamente davanti al giudice, è stato rilasciato in libertà vigilata; tuttavia gli è stato proibito di viaggiare all’estero.

 

La polizia ha anche arrestato Fatih Gökhan Diler, direttore responsabile del sito web di notizie Diken a causa di un reportage (non suo) che citava un portavoce delle forze democratiche siriane a guida curda. Anche nel suo caso, il tribunale lo ha poi rilasciato in libertà vigilata e lo ha bandito dai viaggi all’estero. Nessuno dei due giornalisti è stato accusato formalmente, ma la loro liberazione condizionale indica che le indagini sono in corso.

La direzione generale della Sicurezza turca ha fatto sapere che sono in corso procedimenti giudiziari contro almeno 78 persone, stando a quanto riferito dal sito web di notizie Bianet. Ciononostante, il presidente Erdogan prosegue indefesso nella sua campagna, a lungo minacciata, contro le forze democratiche siriane guidate dai curdi, fino ai giorni dell’attacco appoggiate dagli Stati Uniti. La posizione ufficiale turca, nel giustificare l’azione militare, è che la milizia curda che guida l’alleanza sarebbe legata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che è fuorilegge in Turchia. Ed è stata sufficiente la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal confine per aprire la strada alle milizie turche, che hanno immediatamente iniziato a colpire l’area.

La Turchia rimane la prigione dei giornalisti: la terza edizione di Voci Scomode, disponibile ancora integralmente qui con contributi video, audio e documenti, era dedicata alla libertà di stampa e alla “democratura” instaurata nel Paese da Erdogan.


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