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Il Cameo (36) – Prove tecniche di censura anche in Europa?

Dopo gli odiosi attacchi assassini di Christchurch, in Nuova Zelanda, si sono riuniti a Parigi alcuni esponenti di spicco della politica internazionale per parlare di futuro e di lotta all’odio razziale. L’incontro, ribattezzato Christchurch Call dal nome del documento (a firma volontaria) a chiusura del dibattito, ha però lasciato molte perplessità, giacché si tratterebbe di “eliminare il terrorismo e i contenuti estremisti e violenti dal web”, un impegno che la politica chiede venga adottato dalle aziende digitali che getiscono le reti di comunicazione.

“La sfida”, si legge nel comunicato, “è quella, da parte di Europa e Oceania, di usare strategie aggressive per rimuovere e prevenire la diffusione di tali contenuti, assicurandosi che tutto questo avvenga senza minare la libertà dei giornalisti o senza che gli stessi siano a rischio di essere considerati dei criminali”.

Ed è proprio questo il punto, per il vero non nuovo, che coinvolge il tema della sicurezza contro la libertà. Perché è normale che i giornalisti che si occupano di materie delicate come il terrorismo abbiano a che fare, talora, con materiale violento e illegale, rintracciato per investigare e portare alla luce organizzazioni che lottano contro la pace e la tolleranza delle società. Rimuovere tutti i contenuti potenzialmente lesivi della pace sociale, insomma, può essere lesivo per chi vive cercando notizie, tentando di capire cosa sia vero e cosa no, quali organizzazioni siano realmente operanti contro la pace e quali invece siano bufale da web. In più, mettere in mano ad aziende private il potere di rimuovere o meno contenuti, fa sì che il giudizio su cosa sia o meno notizia passi da chi fa informazione a chi, invece, come le cosiddette Over the top, si muovono in una logica privata di profitto e senza fini “pubblici” di informazione.

L’Unione Europea ha già adottato un codice, per evitare la proliferazione di contenuti di stampo terroristico, avendo obbligato aziende come Facebook a cancellare tutti i contenuti di cui una autorità pubblica chiede la rimozione entro un’ora dalla notifica, senza possibilità di opposizione, pena la imposizione di multe milionarie. Il rischio è che la rete a maglie strette permetta di cancellare tutto il contenuto non desiderato, anche quello non terroristico e che, invece, costituisce solamente “notizia”, magari non gradita o di propaganda politica avversa ai governanti.

Del resto, queste azioni rischiano di non essere troppo efficaci, giacché basta modificare lievemente i contenuti (per esempio un video) perché i sistemi automatici non li riconoscano più e non li eliminino automaticamente. Per contro,  iniziano ad accumularsi episodi che poco hanno a che fare con  la lotta al terrorismo e molto con la censura: nel 2018, uno dei siti australiani più letto (news.com.au) è stato costretto a cancellare un articolo che riguardava lo Stato Islamico perché l’editore era stato minacciato di sanzioni in caso non avesse provveduto a eliminarlo: la ragione era che le istituzioni lo ritenevano un contenuto adatto a promuovere il terrorismo. Questo nonostante la locale federazione della stampa lo avesse esaminato, definendolo un articolo di interesse pubblico e senza alcun proselitismo in favore dei criminali.

Se quindi resta fondamentale che le istituzioni vigilino perché i malintenzionati non sfruttino il potenziale della Rete per diffondere in tempo reale a milioni di persone i loro contenuti odiosi, resta il fatto che si deve mantenere alta l’attenzione per evitare che a farne le spese sia chi fa informazione, perché il rischio di barattare la sicurezza con la libertà dei cittadini di sapere cosa accade nel mondo è un tema molto delicato, non da decidersi con provvedimenti draconiani.

[Nella foto, il premier neozelandese Jacinda Ardern con il presidente francese Emmanuel Macron durante la Christchurch call di Parigi 2019]


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