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Il Cameo (34) – Stefano Origone, quando dirs...

Il Cameo (34) – Stefano Origone, quando dirsi giornalista non basta più per evitare le botte

«Ho pensato di morire, non mi vergogno di dirlo. Non smettevano più di picchiarmi, vedo ancora quegli anfibi neri, che mi passavano davanti al volto e, nella testa, mi rimbomba ancora il rumore sordo delle manganellate. Su tutto il mio corpo, che cercavo di proteggere, rannicchiato in posizione fetale, scaricavano una rabbia che non ho mai incontrato prima, che non avevo mai sentito così efferata in trent’anni di professione, sempre sulla strada.»

La vicenda di Stefano Origone, il cronista di Repubblica picchiato durante una manifestazione di protesta contro CasaPound a Genova, è lo specchio di un momento delicato per il mondo dell’informazione anche in Italia: se non basta più dichiararsi giornalisti (e quindi lavoratori che stanno coprendo un evento di cronaca, e non persone coinvolte nel fatto) per evitare la carica della polizia e le lesioni degne di ricovero ospedaliero, c’è da chiedersi seriamente se lo Stato in cui viviamo sia ancora garante del diritto all’informare e a essere informati su ciò che avviene nel nostro territorio. Le inchieste faranno il loro corso, individuando i responsabili: già da ora, però, è necessario ribadire che questo clima non è frutto del caso, ma di un evidente disinteresse delle istituzioni, anche solo nella noncuranza del linguaggio utilizzato nei confronti dei giornali e dei giornalisti.

«Li ho visti arrivare, avevo il cellulare in mano perché stavo facendo qualche foto, mi sono ulteriormente spostato. Ma mi sono arrivati addosso. Ho cominciato a scappare, ma non ne ho avuto il tempo. Allora ho cominciato a gridare, ancora prima che mi buttassero a terra, prima che iniziasse l’incubo. Ho gridato con tutta la mia voce: “Sono un giornalista, sono un giornalista”. Mi hanno fatto cadere e hanno cominciato a picchiare: calci, manganellate, colpi da tutte le parti, non sapevo come pararli, non potevo pararli. E urlavo, urlavo, tiravo fuori la testa dalla posizione fetale che avevo assunto: “Sono un giornalista, sono un giornalista”. Non si fermavano. Ero come un pallone, preso a calci. Sentivo che stavano scaricando su di me una rabbia indescrivibile, avevano un furore irrefrenabile, ero terrorizzato. Allora ho urlato ancora più forte “Basta, basta”. Non si fermavano. Non so quanto sia durato. Mi sono coperto la testa con le mani nude. A un certo punto mi sono accorto che il mio corpo non resisteva più, che non riuscivo neppure più a proteggermi. Lì ho avuto paura di morire. A un certo punto è arrivato un poliziotto, Giampiero Bove, che conosco da molto tempo: si è buttato sul mio corpo, con il casco: “Fermatevi, fermatevi, cosa state facendo, è un giornalista, fermatevi”, ha gridato. Mi ha salvato.»


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