READING

Il Cameo (30) – Attivista, giornalista: in A...

Il Cameo (30) – Attivista, giornalista: in Arabia basta poco, per finire in galera

La repressione della libertà di stampa e di espressione in Arabia Saudita non si placa. L’agenzia Reuters ha difatti diffuso la notizia di un processo a carico di giornalisti e attivisti accusati di crimini digitali. Tra questi figurano Loujain al-Hathloul (nella foto), Aziza al-Yousef, Eman al-Nafjan e Hatoon Al-Fassi, quattro donne attiviste per i diritti umani che sono state arrestate la scorsa estate per aver protestato nelle settimane in cui le autorità avevano comunicato la revoca del divieto di conseguimento della patente per le donne. Ora sono a processo. Dal mese di gennaio 2019, inoltre, è detenuto il giornalista e scrittore Zuhair Kutbi, già imprigionato due anni prima e rilasciato a condizione che interrompesse la sua attività scrittoria.

L’Arabia, guidata dal principe Mohammed bin Salman, si sta distinguendo per le azioni rivolte alla repressione delle opposizioni, della libertà di espressione e per i crimini contro la libertà di stampa. Secondo il Cpj, il Comitato internazionale di protezione dei giornalisti, attualmente sono detnuti almeno 16 giornalisti, la gran parte dei quali senza alcuna accusa formulata contro di loro. Il portavoce della sezione del Medio Oriente del Cpj, Sherif Mansour, ha dichiarato: «Le azioni violente dell’Arabia Saudita contro giornalisti critici verso il potere, anche contro cronisti non in attività, offrono un nuovo significato al termine “censura”. Le autorità devono immediatamente rilasciare i giornalisti detenuti. La comunità internazionale deve dare un segnale ai governanti del regno, che queste gravi violazioni della legge internazionale non possono essere tollerate».

L’Arabia Saudita è 169esima su 179 Paesi censiti da Reporter senza frontiere, nella classifica mondiale della libertà di stampa. Questa la sintesi di Rsf sulla situazione locale: «I Sauditi non tollerano media indipendenti, che infatti non esistono, così come partiti politici indipendenti, associazioni o enti di difesa dei diritti umani. Il livello di autocensura è altissimo, il Web è l’unico spazio teoricamente libero ma chi posta contenuti online mette a rischio la propria sicurezza. Questo vale soprattutto per i giornalisti, che vengono spiati costantemente e che sono soggetti ad accuse, detenzioni cautelari e arresti indiscriminati con l’uso distorto di leggi contro il terrorismo o i reati digitali. Le accuse più comuni sono blasfemia, insulto alla religione, incitamento ai disordini sociali, minaccia alla sicurezza nazionale. Spesso i detenuti vengono sottoposti a pratiche barbariche, come la fustigazione».

 


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *