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VOCI SCOMODE 2018 | FREE IRAN? RIFLESSIONI A QUARA...

VOCI SCOMODE 2018 | FREE IRAN? RIFLESSIONI A QUARANT’ANNI DALLA RIVOLUZIONE

«Free Iran?»: una domanda al centro dell’appuntamento annuale dedicato alla libertà di stampa Voci scomode|Storie di chi sfida il potere, promosso dal Caffè dei Giornalisti in collaborazione con la Maison des Journalistes di Parigi e ospitato il 28 novembre al Circolo della Stampa.
A introdurre l’evento Federico Ferrero, coordinatore editoriale del Caffè dei Giornalisti, che con uno sguardo alla situazione della stampa italiana, scherza: «Il prossimo anno dovremo dedicare Voci scomode all’Italia!». «Ci auguriamo di no!”, ribatte Stefano Tallia, segretario dell’Associazione Stampa Subalpina, che ricorda come sia doveroso difendere la libertà di stampa come un bene non dato oggi e per sempre. Al tempo stesso è fondamentale «offrire altri strumenti di interpretazione» e allargare lo sguardo sul mondo: parlare di Iran è importante perché «se il sistema dell’informazione ha un difetto è quello di poggiare l’attenzione troppo entro i confini. Un’altra ragione è che l’Iran è una nazione su cui sono tornati ad accendersi i riflettori dopo il cambiamento prodotto dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e di cui non si conoscono ancora gli effetti.»
La parola, dunque, a Mariam Mana e Rasoul Asghari, giornalisti iraniani esiliati della Maison de Journalistes, che, come ha ricordato la sua direttrice Darline Cothière, sono «voci che disturbano e che servono ad attirare l’attenzione sull’aumento della repressione dei giornalisti in tutto il mondo», minaccia grave alla democrazia.
A moderare il dibattito Farian Sabahi, giornalista e scrittrice esperta di Medio Oriente, che prova a tracciare insieme agli ospiti un bilancio a quarant’anni dalla rivoluzione che ha portato alla nascita della Repubblica iraniana: «L’Iran è una signora quarantenne che vive un momento di grande incertezza. Con la presidenza Obama c’era stato l’accordo sul nucleare, anche se non sono mai state tolte le sanzioni finanziarie. Ora, però, con Trump la situazione è ulteriormente peggiorata: gli Iraniani sono stati inseriti nel muslim ban, anche se negli ultimi cento anni non ci sono stati attacchi terroristici ad opera di iraniani. Ecco, gli Iraniani la vivono come una grande discriminazione.»

Quali sono allora le sfide, quali le aperture? E quale la situazione della libertà di stampa nell’Iran contemporaneo, considerato che non è possibile per i giornalisti usare liberamente i social media, condividere, far circolare le idee, perché la corrispondenza è filtrata – e spesso con la connivenza di imprese di business occidentali.
«In Iran i media sono polarizzati in due gruppi: l’ala sinistra dei riformatori e quella destra dei conservatori», commenta Mariam Mana. «Sono due voci del potere ufficiale, ma non rappresentative della varietà di espressioni della popolazione iraniana. Io sono nata e cresciuta in Iran, ne ho assorbito la cultura, sono stata parte della società, la mia personalità si è formata lì. Poi a 17 anni mi sono trasferita in Afghanistan e ho lavorato per 10 anni come giornalista a Kabul. Devo dire che in Afghanistan la situazione è migliore rispetto all’Iran, dove non c’è dibattito. I media afghani dopo la dipartita dei talebani nel 2000 hanno vissuto un momento di grande floridezza. C’è stato un fiorire di testate, radio, televisioni. È pur vero che 50 canali televisivi e 150 radio sono finanziate dai Signori della guerra. In Afghanistan non si è mai davvero superato il conflitto, non c’è mai stata una fase di dopoguerra. E la guerra impedisce il lavoro dei media: si tratta di attacchi terroristici di gruppi di fondamentalisti di un Islam radicale che pensano che la libertà di stampa sia un concetto troppo occidentale, estraneo alla loro cultura.»

Tornando all’Iran e concentrando l’attenzione sulla condizione femminile, ci si domanda quale sia il ruolo giocato dalle giornaliste e dalle attiviste per i diritti delle donne nel promuovere un cambiamento. «L’attivismo è molto combattuto», spiega Mariam Mana. «Il governo cerca di limitarne il margine di azione. Sono state arrestate, ad esempio, alcune donne che avevano organizzato un workshop sulla parità di genere. È più facile far sentire la propria voce dall’estero, come fa Jasmine Eftekhari, giornalista iraniana che lancia campagne social molto seguite, ‘i mercoledì bianchi’ ad esempio, dove invita le donne a mostrarsi in pubblico senza velo.
«Le donne in Iran si vestono in modo molto diverso da come il regime vorrebbe», aggiunge Rasoul Asghari. «C’è una netta spaccatura tra vita pubblica e privata. Il regime non può imporre la propria ideologia sulle persone, la visione sulla religione è fatta cadere dall’alto, ma il potere sta vivendo una crisi egemonica. Le donne sono in prima linea per il cambiamento: nessun cambiamento può avvenire senza l’appoggio delle donne.» E ricorda che durante il suo impegno nel sindacato dei giornalisti (che dal 2009 non esiste più in Iran) il 30% delle persone che vi lavoravano erano donne e che il 70% delle persone che lavoravano nel settore dei media erano donne.
Asghari è molto scettico sul futuro dell’Iran, perché il regime sembra essere arrivato a un vicolo cieco, sia dal punto di vista economico («il riyal ha perso il 44% del proprio valore… le industrie non riescono a pagare gli stipendio agli operai»), sia culturale, perché la libertà di stampa è divisa in due poli, non esiste una pluralità di opinioni, la corruzione è a un livello talmente alto che non fa più notizia. Il governo ha diseducato la popolazione e si ricorda con nostalgia il tempo in cui l’Iran era fonte di cultura, di sapere, di scienza, un’avanguardia che faceva sognare un futuro di progresso. Eppure l’opinione pubblica sembra far sentire in modo deciso la propria voce.
«Oggi le proteste sono molto più diffuse rispetto al passato. La gente non ha più paura perché non ha più niente da temere. Il potere non conosce un’alternativa alla repressione, né sa gestire e affrontare le conseguenze. Ci sono proteste separate di operai, insegnanti, che come fiumiciattoli confluiscono in un unico grande fiume. Quest’ordine non è destinato a durare. Ci vuole un cambiamento che arrivi dalla gente

 


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