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Il Cameo (23) – Tempi duri per i whistleblow...

Il Cameo (23) – Tempi duri per i whistleblowers

Non corrono tempi di vacche grasse anche per la stretta sulla libertà di stampa negli Stati Uniti. Il Paese paladino dell’esportazione della democrazia nel mondo conosce dei sistemi di controllo ancora non paragonabili a censura ma che, secondo i colleghi americani, hanno implicazioni preoccupanti per la libertà di stampa.

Così, il Comitato per la protezione dei giornalisti ha suonato un campanello di allarme per l’uso – da parte del Dipartimento di Giustizia americano – di tecniche e strumenti di spionaggio per controllare un agente dell’FBI, a processo per presunta divulgazione di informazioni a un giornalista.

“Negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito a un aumento senza precedenti dell’uso di un’antichissima legge americana dell’era della prima guerra mondiale per perseguire le fonti dei giornalisti. Il risultato è agghiacciante”, dichiara Alexandra Ellerbeck, coordinatrice del programma per il Nord America del CPJ. “Piuttosto che abbandonare l’uso di questa legge che è nata per intrappolare i giornalisti, l’amministrazione Trump si è vantata di perseguire i leakers e ha di fatto inaugurato una nuova era di aperta ostilità verso la stampa”.

Il Minneapolis Star Tribune, infatti, ha riferito che Terry James Albury, un agente dell’FBI nel Minnesota, avrebbe condiviso con la stampa una serie di documenti, relativi al lavoro dell’FBI con alcuni informatori. In particolare, la vicenda è stata messa sotto la graticola rispetto a due punti che presterebbero il fianco allo Spionage Act, dove l’uomo sarebbe accusato – secondo quanto dichiarato dal Dipartimento di Giustizia – sia della conservazione non autorizzata delle informazioni sulla difesa nazionale, sia della trasmissione “consapevole e volontaria” di documenti governativi a un giornalista. Il documento di accusa depositato dal DOJ, noto come informazione criminale, è solitamente indicativo di un’imminente dichiarazione di colpevolezza, secondo lo Star Tribune.

I media hanno collegato le accuse a Albury ai documenti pubblicati dal sito web The Intercept, diretto da Jeremy Schahill,  un giornalista americano particolarmente noto per lavori investigativi su temi collegati alla sicurezza nazionale. Anche se il Dipartimento di Giustizia non nomina la fonte che Albury avrebbe facilitato, l’applicazione del mandato di ricerca del Dipartimento di Giustizia spiegherebbe che l’FBI, per arrivare a queste conclusioni, avrebbe utilizzato le richieste ufficiali della fonte giornalistica, basate sulla legge sulla libertà di informazione (il cosiddetto FOIA, ndr), per collegare Albury alla presunta fuga di informazioni. Ne fa una ricostruzione la radio pubblica del Minnesota.

L’anno scorso, The Intercept aveva pubblicato una serie investigativa sull’FBI, che ha rivelato, tra le altre cose, l’affidamento all’agenzia di una ricerca sulla profilazione razziale. Il redattore capo di The Intercept, Betsy Reed, ha dichiarato, però, che in questa inchiesta The Intercept non ha utilizzato fonti anonime, ma ha definito l’uso dello Spionage Act per perseguire i whistleblowers “un oltraggio”. Per i suoi avvocati Jane Anne Murray e Joshua Dratel, “le azioni di Albury sono state guidate da un impegno coscienzioso a lungo termine per la sicurezza nazionale e dal coraggio nell’affrontare pregiudizi sistematici ben documentati all’interno dell’FBI”.

Questo è il secondo processo di spionaggio sotto l’amministrazione Trump contro un whistleblower. Nel primo, istituito nel giugno 2017, il contraente dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, Reality Winner, è stato accusato di aver presumibilmente fornito un documento sull’ingerenza delle elezioni russe a The Intercept. L’uso dello spionaggio è aumentato esponenzialmente nell’ultimo decennio. E’ già stato usato per perseguire almeno otto impiegati governativi sotto l’amministrazione Obama, più di tutte le altre precedenti amministrazioni. Nel 2013, il CPJ ha pubblicato uno studio sul rapporto dell’amministrazione Obama con la stampa e ha dimostrato come queste vicende abbiano inibito i giornalisti, minato la protezione della fonte e diminuito il flusso di informazioni trasparenti nell’interesse pubblico. L’amministrazione Trump sta dando chiari segnali di volersi muovere su questa falsariga. Il procuratore generale Jeff Sessions ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia, dall’insediamento dell’amministrazione Trump, ha aperto 27 indagini sulle fughe di notizie, mentre negli anni dell’amministrazione Obama la media è stata di tre indagini l’anno.

 

Laura Silvia Battaglia

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). È corrispondente da Sanaa per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media, l’agenzia turca TRTWorld, il servizio pubblico svizzero (RSI), Index on Censorship, The Fair Observer, Guernica Magazine, The Week India. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24, Today di Tv2000), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus, Pagina99), siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Terrasanta.net, Eastmagazine.eu). Dal settembre 2017 condurrà per il telegiornale di Tv2000 il programma di approfondimento sul mondo arabo Cous Cous Tv.
Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano La Sicilia di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna al master in Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano e dal 2016 al Vesalius College di Bruxelles.
Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017). E’ in uscita l’e-book Vita e morte nell’era dei droni per Informant.


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