Il Cameo (22) - Dare la vita per il giornalismo, difendere i giornalisti - VOCI SCOMODE
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Il Cameo (22) – Dare la vita per il giornalismo, difendere i giornalisti

Nei primi sette mesi di quest’anno 34 giornalisti hanno perso la vita nell’esercizio delle loro funzioni.

C’è chi, come Angel Eduardo Gahona, è morto lo scorso 21 aprile perché mandato a coprire un evento pericoloso: nel caso di specie, una protesta in Nicaragua contro la riforma delle pensioni, che ha causato la reazione violenta della polizia con l’uso di armi da fuoco. Gahona, 42 anni, stava coprendo con una diretta su Facebook alcuni momenti serali della protesta quando è stato colpito al capo da un proiettile, che lo ha ucciso all’istante (attenzione: il video è molto crudo). Al momento non esiste alcun indagato per la sua morte. A tre mesi dai fatti, il suo giornale continua a chiedere giustizia, senza successo.

C’è Shujaat Bukhari, 50 anni, ammazzato per strada nonostante la scorta armata di due agenti che gli era stata assegnata dal 2000 per aver già subìto un attentato. Bukhari era un reporter del Rising Kashmir e la sua unica colpa è stata quella di professare in libertà le sue opinioni: fortemente sospettati dell’attentato, che è costato la vita a tre persone, sono rappresentanti della setta terroristica Lashkar-e Taiba, cioè “L’esercito dei puri”, ma finora (l’assassinio è del 14 giugno) nessuno è stato arrestato.

Ci sono i cinque morti del Capital Gazette, quattro giornalisti e una impiegata amministrativa ammazzati il 28 giugno nella redazione del quotidiano di Annapolis da un killer, Jarrod Ramos, mosso dal rancore per un articolo pubblicato dal giornale, anni prima, in cui si faceva riferimento a una sua sentenza di condanna per aver perseguitato una ex compagna di classe. Per la sua folle rabbia hanno perso la vita Wendi Winters, 65 anni, caporedattore della cronaca; Rebecca Smith, 34 anni, assistente alle vendite; Robert Hiaasen, 59 anni, vice caporedattore; Gerald Fischman, 61 anni, editorialista; John McNamara, 56 anni, caporedattore.

Tutte le parole spese per denigrare genericamente la stampa, i giornalisti e il mondo dell’informazione professionale sono pericolose e fuorvianti. Viviamo un periodo storico nel quale molti politici, invece di tentare di blandire la stampa come da tradizione, la attaccano frontalmente e, grazie alle tecnologie digitali, riescono a “saltarla” per parlare direttamente (loro dicono) al popolo. Peccato che i giornalisti non siano megafoni ma critici e interpreti del pensiero altrui, persone il cui mestiere non è quello di raccogliere dichiarazioni univoche ma chiedere spiegazioni, incalzare, contraddire se del caso, sottolineare mancanze e incongruenze.

Ecco perché tutti i discorsi pieni di odio nei confronti dei media sono piccole – o grandi – erosioni della libertà di stampa. Proteggere il giornalismo non significa arricchire gli editori o, come gli stessi politici di grido spesso insinuano, aiutare falsificatori di fatti e servi del proprio padrone. La verità è opposta: bisogna lottare perché il giornalismo sia di qualità migliore, meno asservito alle raccomandazioni, e ben vengano critiche anche dure quando il lavoro è mal fatto. Ma va protetto, a partire dalla incolumità di chi è nei posti di guerra a raccogliere storie e notizie: il mondo non è su Twitter e Facebook, quello è il mondo che qualcuno vuol far vedere a chi legge, per formare in lui false convinzioni.

 

 


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