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Il Cameo (21) – Erdogan fa (quasi) strike: undici giornalisti, sei condanne

Una corte di Instanbul ha condannato sei giornalisti turchi, tutti ex lavoratori del quotidiano Zaman, sulla base di norme liberticide. Il giornale era già stato chiuso nel 2016 perché ritenuto troppo vicino alle posizioni di Fethullah Gülen, il predicatore costretto a fuggire e a riparare negli Stati Uniti perché ritenuto sovversivo. Il tribunale ha sentenziato che i sei giornalisti sono “membri di una organizzazione terroristica armata”: Ali Bulaç, Şahin Alpay e Ahmet Turan Alkan sono quindi stati condannati a una pena di otto anni e nove mesi di prigione; invece per Mümtaz’er Türköne e Mustafa Ünal la pena irrogata è stata di dieci anni e sei mesi. Infine, İbrahim Karayeğen è stato condannato a un periodo di detenzine di nove anni.

L’avvocato di Alkan ha dichiarato che “purtroppo il sistema giudiziario turco sta vivendo i giorni peggiori della sua storia. Sotto forte pressione politica, ha condannato giornalisti laici per una loro presunta affiliazione all’organizzazione religiosa di Gülen”.

Altri cinque giornalisti erano imputati nello stesso processo e sono stati assolti. I loro nomi sono İhsan Dağı, Lale Sarıibrahimoğlu, Mehmet Özdemir, Nuriye Ural e Orhan Kemal Cengiz. La sentenza ha giudicato non colpevoli tutti i giornalisti per l’accusa più grave mossa dal pubblico ministero, che consisteva nel “tentativo di eliminare l’ordine costituito”. Se giudicati colpevoli di questo capo di imputazione, tutti i giornalisti sarebbero stati inevitabilmente condannati all’ergastolo.

La sentenza non è ancora definitiva, ma Türköne e Ünal sono già detenuti dall’inizio del procedimento, che ha avuto principio nel settembre del 2017. Invece Alkan e Karayeğen sono stati liberati con obbligo di firma, e sono stati ritirati i loro passaporti. Questo in una situazione in cui, dopo il fallito golpe, il presidente Erdogan ha varato una serie di leggi liberticide e fortemente autoritarie, mascherate dallo scopo di garantire la sicurezza nazionale. I giornalisti detenuti possono parlare un’ora alla settimana con i loro avvocati e – fatto che per noi suona quasi incredibile – tutte le conversazioni tra difensore e cliente sono accuratamente registrate e vagliate dalla pubblica accusa. Preparare una difesa in queste condizioni è pressoché impossibile.

Gli osservatori internazionali – come Reporter senza frontiere – che assistono ad alcune udienze dei procedimenti contro i giornalisti turchi hanno notato che, spesso, la corte è smaccatamente orientata a favore dell’accusa e che il loro primo proposito pare essere quello di eliminare al più presto tutte le obiezioni procedurali della difesa per arrivare a sentenza, in modo da fermare ricorsi alla Corte europea dei diritti umani (cui la Turchia è sottoposta come membro del Consiglio d’Europa).


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