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Il Cameo (18) – Dieci vite (spezzate) al ser...

Il Cameo (18) – Dieci vite (spezzate) al servizio dell’informazione

Dieci giornalisti sono rimasti uccisi nel gravissimo attentato jihadista dello scorso 30 aprile a Kabul, costato la vita a 25 persone. I giornalisti sono stati uccisi da una seconda esplosione dopo essere accorsi per raccontare la prima. Tre tra loro lavoravano per Radio Free Europe (RFE), uno era il noto fotografo dell’Agence France Presse (AFP), Shah Marai, un altro era il reporter della BBC, Ahmad Shah. Sono rimasti uccisi nell’attentato anche i giornalisti delle tv afghana Tolo News, di 1TV e Mashal TV.

Uno dei più noti tra i reporter uccisi era Shah Marai. Era conosciuto dalla stampa afghana come kohna pekh ha, o meglio «della vecchia guardia», perché aveva iniziato a lavorare con AFP al tempo del regime dei Taliban. E così è stata la guida professionale per tanti giovani giornalisti. Come ricorda il collega Habib Zahori in un articolo per il New York Times, Marai iniziò lavorando come autista e a fare fotografie mentre la guerra dilaniava il suo paese. Marai aveva sei figli, lascia anche una bambina di appena due settimane.

Ahmad Shah, giornalista della BBC, aveva appena 29 anni. I suoi colleghi lo hanno ricordato alla televisione britannica come un «reporter versatile ed energico» con un ampio raggio di interessi e pieno di idee e nuove storie. Ahmad iniziò a lavorare nel 2017 per la radio locale della BBC. Ha coperto le notizie dalla sua provincia, Khost, ma anche dalle città vicine di Paktia e Paktika. Secondo il ricordo dei suoi colleghi, l’appassionato giornalista si è dedicato a raccontare le storie dei suoi concittadini con grande umanità. Uno dei suoi reportage più noti riguarda il museo di Khost dove 400 opere sono raccolte in 20 metri quadrati. Un altro dei suoi noti lavori riguarda Meena Kalai, villaggio dove vivevano in armonia le comunità Hindu e Sikh locali. Ahmad ha lavorato molto per raccogliere le opinioni delle donne afghane.

L’attentato ha anche colpito duramente l’emittente indipendente, Radio Free Europe. Il giornalista della radio, Kakar, di 30 anni, faceva parte del team video dell’emittente radiofonica da oltre cinque anni. L’altro reporter rimasto ucciso nell’attentato, Hananzai, 26 anni, era giornalista e cameramen, si stava occupando di un reportage sul traffico di droga dal titolo “Carovana del veleno”. Il terzo, Maharram Durrani, di 28 anni, stava svolgendo un periodo di formazione giornalistica e avrebbe iniziato a lavorare per RFE a metà maggio, prima che il gravissimo attentato lo uccidesse.

Non si fermano le manifestazioni di cordoglio per il gravissimo doppio attacco che aveva proprio i giornalisti impegnati sul campo come obiettivo. Lo scorso 3 maggio, i reporter sono stati ricordati al World Press Freedom Day. Il vice-direttore di Amnesty International per l’Asia meridionale, Omar Waraich, ha definito i giornalisti afghani tra i «più coraggiosi al mondo». «Lavorando in condizioni difficili, hanno affrontato minacce, intimidazioni e violenza solo per fare il loro lavoro», ha aggiunto Waraich.

L’Afghanistan si è classificato tra i tre paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti secondo Reporter Senza Frontiere (RSF) nel 2017. I media afghani hanno ripetutamente condannato le autorità locali per mancanza di protezione per il lavoro giornalistico e per gli effetti degli attacchi suicidi nel paese. A Londra, almeno cento giornalisti hanno ricordato i reporter morti alle porte della BBC lo scorso 3 maggio.

Giuseppe Acconcia è giornalista, scrittore e ricercatore. Corrispondente dal Cairo del Manifesto dal 2011 e ricercatore specializzato in Medio Oriente per le Università di Londra e Pavia, ha scritto per The Independent, Al-Ahram weekly, Xinhua News Agency, AdnKronos, Linkiesta e openDemocracy. Laureato in Economia politica all’Università Bocconi di Milano con tesi sul movimento riformista iraniano e Master in Middle Eastern Politics alla School of Oriental and African Studies (Soas) con tesi sul ruolo dei militari in politica in Medio Oriente, ha insegnato all’Università Americana del Cairo, ha lavorato nella sezione Mediterraneo e Medio Oriente dell’Istituto Affari Internazionali (Iai), al Premio Sakharov (Parlamento europeo) e nella cooperazione euro-mediterranea.

Ha realizzato il documentario radiofonico “Il Cairo dalle strade della rivoluzione” e collaborato alla drammaturgia di “Pictures from Gihan” dei Muta Imago. Nel 2013 ha vinto il Premio Castellano e il Premio Giornalisti del Mediterraneo. Ha scritto, tra gli altri, Un inverno in due giorni (Fara, 2007), La primavera egiziana (Infinito, 2007) e Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014).


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