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Il movimento popolare in Iran, i perché della rabb...

Il movimento popolare in Iran, i perché della rabbia

L’Iran è, formalmente, una Repubblica islamica (ex Persia) il cui presidente è Hassan Rouhani, un riformista, e la cui guida spirituale suprema è l’ayatollah Ali Khamenei, profondamente conservatore. In questo testo esamineremo alcune delle differenze dell’attuale insurrezione in Iran con le rivolte e i movimenti di protesta precedenti. Queste indicazioni sono cruciali per la valutazione delle recenti proteste, perché rivelano nuovi fattori che richiedono una modifica delle analisi tradizionali esistenti sull’Iran e dei pregiudizi che potrebbero derivarne.

La volontà di distinguersi dalle tensioni interne al governo
Le rivolte che hanno avuto luogo in Iran sono state spesso spontanee, imprevedibili e legate a uno specifico evento politico. Ad esempio, la rivolta del 1999 è stata innescata dal divieto di pubblicare un giornale e dall’assalto al campus universitario. Come nel caso delle rivolte del 2009, scatenate da brogli elettorali, erano spesso il risultato di tensioni interne che hanno prodotto una breccia in cui la protesta sociale potesse esprimersi. Tuttavia, per vari motivi, questi movimenti non hanno potuto rappresentare le autentiche rivendicazioni del popolo iraniano e non hanno innescato una mobilitazione politica dell’intero Paese. Il ruolo giocato dai cosiddetti riformisti, legati essi stessi alle stanze del potere, ha contribuito in particolare al recupero dell’equilibrio del regime. Allo stesso modo, la comunità internazionale ha sempre trascurato queste rivolte, contribuendo a una delusione che frenava il movimento.
Le rivolte attuali non hanno avuto nulla di spontaneo. Né erano legate a una lotta all’interno delle stanze del potere. Molto prima della rivolta, vari strati della società erano già sul lastrico, nonostante una repressione spietata della dittatura. Si trattava di lavoratori che da mesi non ricevevano lo stipendio, di pensionati e insegnanti che denunciavano l’inadeguatezza delle loro pensioni e dei loro redditi, di oltre un milione di famiglie derubate dalle banche affiliate ai guardiani della rivoluzione o a cartelli guidati da religiosi.
Le proteste pre-rivoluzionarie non avevano dunque nulla a che fare con la lotta dei clan del potere e seguivano un percorso indipendente dalle divisioni interne del regime. Sono iniziate con richieste di carattere economico, finendo per costituire un mosaico che si esprimeva attraverso rivendicazioni politiche. In un certo senso, possiamo paragonare questa rivolta a dei ruscelli che si sono uniti alle onde ininterrotte di un fiume.

Un’area grande come l’Iran
Le insurrezioni che l’Iran aveva conosciuto prima si limitavano a Teheran e ad alcune altre importanti città. Negli ultimi eventi, oltre 140 città sono state interessate dall’ondata rivoluzionaria, comprese le città più povere e persino le città che sembravano essere state acquisite dalla causa religiosa, come Qom e Machhad. Quest’area della rivolta ha messo fine al mito della popolarità del regime nelle aree rurali, mito che ricorre spesso nelle analisi degli esperti occidentali che dividono la società iraniana in due parti: una ricca e modernista, insediata in grandi città e conformata allo stile di vita occidentale, che sostiene l’idea di una riforma all’interno della Repubblica islamica, e l’altra che rappresenta una grande maggioranza della popolazione rurale e che sostiene il potere attuale e costituisce la base sociale dei conservatori. Le rivolte di dicembre e gennaio hanno dimostrato che il potere è respinto nel suo insieme da tutti gli iraniani, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica e religiosa e dalla loro divisione geografica.

Una diversa risposta internazionale
Le insurrezioni degli iraniani, in passato, si scontravano sempre con una reazione debole e tardiva di una comunità internazionale che si adattava a una politica di compiacimento nei confronti di crimini della Repubblica islamica, con una preferenza per la sua ala cosiddetta moderata. Mentre le rivolte del 2009 raggiungevano il loro apice, il presidente degli Stati Uniti si scambiava lettere con il leader supremo della dittatura religiosa: un consenso appena nascosto del governo in carica. Questa volontà di compiacimento ha addirittura superato il limite della connivenza in una serie di omicidi dei principali oppositori del regime iraniano – i mujaheddin che si trovavano allora nel campo di Ashraf in Iraq – su cui gli americani hanno chiuso un occhio. Nelle recenti rivolte, i Paesi europei e americani hanno avuto una reazione più responsabile. Il supporto da parte degli Stati Uniti alle rivendicazioni del popolo iraniano e i discorsi intransigenti del governo degli Stati Uniti contro gli autori della repressione ha sollevato la preoccupazione dei leader di Teheran sulle conseguenze di domare la rivolta nel sangue.
Questa rapida reazione della comunità internazionale ha contraddetto la tesi dei sostenitori della politica del compiacimento che affermano che il sostegno alla rivolta offrirebbe più alibi alla repressione. Al contrario, ha notevolmente rafforzato la società iraniana nel suo movimento popolare.

Slogan che annunciano una nuova era
Le parole d’ordine riprese nelle recenti manifestazioni sono indicative di una tendenza generalizzata che ha il sopravvento nella società iraniana. Slogan come “riformisti, conservatori, il gioco è finito”, sono una traduzione del rifiuto di tutte le divisioni interne al governo al potere, che fa emergere come soluzione finale il rovesciamento del regime. I leader della teocrazia non hanno smesso di ripetere che questi slogan sono quelli dei mujaheddin del popolo che aspirano al potere nella sua totalità. Questo spiega perché più dei conservatori, i cosiddetti “riformisti” si preoccupano di tenere un atteggiamento fermo nei confronti degli insorti. L’ex presidente Mohammad Khatami e molti altri cosiddetti riformisti hanno descritto i manifestanti come “spazzatura”. Questa unanimità dell’amministrazione nella repressione ha messo definitivamente fuorigioco i riformisti, che si sono distinti una volta per tutte dai movimenti di protesta in Iran.

Una macchina repressiva senza efficienza
Tutte le rivolte che hanno avuto luogo in passato avevano determinato contro-attacchi da parte del governo al potere che avevano portato a un restringimento dei movimenti sociali. Ad esempio, dopo ciascuno dei principali movimenti di protesta, il regime aveva esacerbato la pressione sulle donne, moltiplicato le pattuglie del buoncostume, accelerato l’esecuzione di condanne all’impiccagione, alla fustigazione e all’amputazione in pubblico e di altrettante manifestazioni di vendetta contro la popolazione. Mentre nelle recenti rivolte, sono piuttosto i movimenti sociali che si sono moltiplicati. Un segno di questo aumento è il fenomeno chiamato le figlie di Avenue Enghelab, un movimento che ha acquisito slancio nelle prime rivolte e in cui le giovani donne iraniane hanno marciato in strada sfidando la legge di indossare obbligatoriamente il velo, cosa inconcepibile fino ancora a un paio di mesi fa e che dimostra che il regime è sempre più incapace di governare con il terrore.
Questi movimenti sono tanti corsi d’acqua che vanno a unirsi a un fiume in piena effervescenza: un flusso senza soluzione di continuità, che è un incubo per il dittatore di Teheran.

Rasoul Asghari

Rasoul M. Asghari è un giornalista e attivista iraniano, già caporedattore del quotidiano iraniano Sarmayeh. Suo fratello è stato arrestato e giustiziato dal regime. Esiliato, è stato ospite della Maison des journalistes.


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