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Sayed Ahmed al-Wadaei, quando l’esilio non basta

L’efferata unicità della pratica della tortura è umiliazione, degradazione della persona, annichilimento dello spirito e lesione profonda della dignità umana”. Luigi Manconi, presidente della commissione sui Diritti Umani in Senato

Quando si parla di arresti arbitrari, di censura e di tortura e violazioni assortite contro la libertà di stampa il Bahrain, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi hanno al loro attivo lunghe liste nere. Il Bahrain, per esempio, ha deciso di intervenire con violenza, minacciando di dare la caccia agli a tutti gli utenti dei social media, gli stessi utilizzatori che (secondo le autorità) “seminano il caos” nel sostenere attivamente gli uomini e le donne che difendono i diritti umani. In una dichiarazione del 25 marzo 2018 all’agenzia di stampa ufficiale del Bahrain, il Ministro dell’Interno Sheikh Rashid bin Abdullah al-Khalifa ha dichiarato che il governo sta studiando una nuova legislazione per «affrontare il caos senza precedenti da parte dei dirompenti account dei social media». Del resto, anche in Europa è cambiato il vento e il continente non è più un posto così sicuro: l’attivista  esiliato Sayed Ahmed al-Wadaei, infatti,  ha subito intimidazioni e maltrattamenti a Londra, mentre in Bahrain la sua famiglia è stata sottoposta a minacce e incarcerazioni pretestuose: «Mio cognato di soli 18 anni – ha detto – è stato denudato, minacciato di stupro e gli hanno detto di essere membro di una famiglia sporca. Mia moglie Duaa Alwadaei, madre dei miei figli, è stata condannata a una pena detentiva: non perché abbia commesso un crimine, ma perché ho protestato a Londra quando il re del Bahrain ha visitato Downing Street nel 2016. Ma non è l’unica ad affrontare rappresaglie a causa del mio attivismo per i diritti umani: sua madre, suo fratello e suo cugino sono agli arresti nelle prigioni del Bahrain. Mia figlia nascerà apolide nel Regno Unito».
Sayed lavorava nel media center di Pearl nella capitale Manama, durante la rivoluzione di San Valentino nel 2011. Una bella laurea a Brighton e una capacità straordinaria di relazionarsi con la stampa internazionale; famose le sue interviste con la BBC, CNN, il New York Times e tante testate di rilievo.

Sayed sapeva bene cosa rischiava: già due volte ferito, durante una manifestazione e una carcerazione per 6 mesi con tanti altri attivisti di spicco, tanti giornalisti gli devono i loro più appassionati reportage. «Sono scappato per sfuggire ad altre torture e persecuzioni e ho cercato rifugio nel Regno Unito. Dall’apparente sicurezza di Londra, ho continuato a fare campagna per la libertà in Bahrain. Con i miei colleghi dell’Institute for Rights and Democracy (Bird), ho costantemente denunciato le violazioni dei diritti umani del regime, le esecuzioni, le torture e i processi iniqui. Gli organismi riconosciuti dalla Gran Bretagna non hanno indagato seriamente sulle accuse di tortura e sui casi di confessioni forzate». Sono le parole accorate riportate nell’articolo firmato da Sayed Alwadae  sul Guardian del 22 marzo, in cui chiede al governo inglese una seria analisi sul suo  atteggiamento “distratto” nei confronti degli attivisti bahreniti presenti sia in Gran Bretagna, sia nello stesso Bahrain.

Gli elenchi si allungano giorno per giorno: al momento, peraltro, ci sono 13 attiviste detenute nelle carceri di Isa Town, tra le quali tre sorelle, tutte per questioni politiche. Nei giorni scorsi, la polizia del Bahrain ha preso d’assalto l’isola di Sitra, situata a cinque chilometri a sud della capitale Manama, perquisendo e danneggiando circa 50 case per arrestare 21 giovani bahreniti. Enas Oun, direttore del Centro dei diritti Umani, ha inoltre osservato che sono state organizzate 24 manifestazioni pacifiche in 17 regioni che hanno attraversato il Bahrain, tre delle quali sono state duramente represse dalle forze di polizia.

 

Adriana Fara

Adriana Fara è nata ad Alghero. Giornalista professionista, ha collaborato con la Rai, La Stampa e il Corriere della Sera per la cronaca giudiziaria e gli esteri.
Ha ricoperto il ruolo di direttore responsabile di due magazine nazionali, uno dei quali dedicato all’Africa. Missioni estere: tre anni nei Balcani (Albania, Kosovo, Serbia, Macedonia, Bosnia), due in Africa (Missione Unmee-Ethipia ed Eritrea), Libano, Iraq e Kurdistan.

Ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait e in Bahrain per cinque anni, dal 2010 al 2015.


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