READING

Il Cameo (16) – Egitto: ecco come il governo...

Il Cameo (16) – Egitto: ecco come il governo soffoca la libertà di stampa

Continua la stretta del governo egiziano sui media, e su qualsiasi forma di esercizio critico dei giornalisti nei confronti del candidato presidente al-Sisi. Il timore del governo di forme di dissenso ideologico diffuse a mezzo stampa o in luoghi pubblici (e che possano dare il destro di sabotare le imminenti elezioni ai liberali o rappresentanti dei Fratelli Musulmani e dei gruppi salafiti tuttora attivi nel Paese) non si esprime solo con misure, più o meno temporanee, di detenzione, nei confronti di soggetti sotto la lente delle forze di polizia. E neppure solo con l’oscuramento di siti internet o il boicottaggio sul satellite di alcuni canali stranieri, come accaduto recentemente per la BBC, definiti “eserciti del demonio” da Nabil Sadeeq, procuratore capo egiziano.

Da oggi, il governo egiziano ha messo a segno, probabilmente, la più importante forma di deterrente degli ultimi anni per i giornalisti locali e per quelli stranieri. E lo ha fatto grazie alla sentenza della magistratura egiziana, appena resa nota, della condanna a morte del fotografo egiziano Mahmoud Abdel Shakour Abou Zeid Attitallah, noto come Shawkan, già in prigione da quattro anni e mezzo. Shawkan è uno dei 700 imputati del processo politico di massa al Cairo, per il quale, il 3 marzo scorso, è stata chiesta la pena di morte. Arrestato durante la protesta del 14 agosto 2013 nella piazza di Raba’a al Addawyia, è stato accusato – insieme agli altri detenuti – di parecchi reati, inclusi omicidio, tentato omicidio e associazione a delinquere con l’organizzazione (oggi illegale e definita terroristica) dei Fratelli Musulmani.

Reporters without borders si è schierata in difesa di Shawkan: “Condannare alla pena di morte un fotografo semplicemente perché sta documentando una protesta anti-governativa è una sentenza politica, non un atto di giustizia”, ha dichiarato RSF in un comunicato. “L’unica colpa del fotografo è quella di avere lavorato e per questo deve essere rilasciato immediatamente”.

Shawkan era stato arrestato il 14 agosto 2013 mentre copriva, documentandole, le violenze  delle forze di sicurezza egiziane nei confronti dei manifestanti di Raba’a, per conto dell’agenzia inglese di fotografia “Demotix”. La sua detenzione è già stata ritenuta  ingiustificabile dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sugli arresti arbitrari nel mondo.

L’Egitto, già 161esimo nella lista RSF sul World Press Freedom 2017, è considerato una delle più grandi prigioni al mondo per i giornalisti a cui si aggiungono le misure appena adoperate per mettere in sicurezza le elezioni presidenziali del 26-28 marzo prossimi: blocco o controllo diretto dei media on line, e pressioni intense o minacce web tramite trolls sui corrispondenti dei media internazionali al Cairo, tra cui BBC e Reuters. Già nel 2016 si era verificato il primo episodio di arresto ed espulsione, mai chiarito del tutto, nei confronti del corrispondente del francese La Croix, Remi Pigaglio.

Dopo la vicenda del rapimento, tortura e assassinio dell’italiano Giulio Regeni, tuttora irrisolta, i meccanismi di autocensura tra i pochi giornalisti internazionali rimasti sono prevalenti, compresa la difficoltà di accesso alle fonti locali disposte ad essere intervistate, pena l’arresto, senza alcun capo di accusa definito, come è accaduto alla madre di Zubeida (Um Zubeida), intervistata dalla BBC sul rapimento della figlia e sui suoi precedenti arresti da parte della polizia governativa.

Sulle mosse del governo egiziano per censurare i media scomodi e la clamorosa espulsione da un dibattito televisivo di un ragazzo laico: “L’Egitto al voto con il bavaglio”, di Giuseppe Acconcia. 

[Nella foto in homepage: Shawkan, detenuto dal 2013 e condannato a morte]

Laura Silvia Battaglia

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista, è nata a Catania e vive tra Milano e Sanaa (Yemen). È corrispondente da Sanaa per l’agenzia video-giornalistica americano-libanese Transterra Media, l’agenzia turca TRTWorld, il servizio pubblico svizzero (RSI), Index on Censorship, The Fair Observer, Guernica Magazine, The Week India. Per i media italiani, collabora stabilmente con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), network radiofonici (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24, Today di Tv2000), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus, Pagina99), siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Terrasanta.net, Eastmagazine.eu). Dal settembre 2017 condurrà per il telegiornale di Tv2000 il programma di approfondimento sul mondo arabo Cous Cous Tv.
Ha iniziato a lavorare nel 1998 per il quotidiano La Sicilia di Catania. Dal 2007 si dedica al reportage in zone di conflitto (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Egitto, Tunisia, Libia, Iraq, Iran, Yemen, confini siriani). Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Dal 2007 insegna al master in Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano e dal 2016 al Vesalius College di Bruxelles.
Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (Becco Giallo, gennaio 2017). E’ in uscita l’e-book Vita e morte nell’era dei droni per Informant.


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *