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Gli sconosciuti: i giornalisti detenuti in Turchia all’insaputa del mondo

Dopo il colpo di Stato fallito del 15 luglio 2016, la Turchia del presidente Erdogan e il suo partito AKP hanno dato il via a un’autentica “purga”, arrestando migliaia di persone. Per lo Stato turco, il responsabile del golpe è Fetullah Gülen, un predicatore musulmano turco esiliato negli Stati Uniti dal 1999. Egli è il fondatore del Movimento Gülen o «Hizmet» (Servizio) che rappresenta i seguaci della dottrina di Gülen. Il Movimento Gülen è un ex alleato politico dell’AKP, il partito al governo. Prima del 15 luglio 2016, il movimento Gülen possedeva media, una banca, organizzazioni non governative, licei privati e università private in territorio turco. Il regime di Erdogan ha provveduto a fare piazza pulita di tutto.
Per una parte della popolazione, peraltro, si è trattato di un falso colpo di Stato, organizzato dal presidente stesso per bloccare tutti gli oppositori politici. Oggi, migliaia di persone vengono detenute in carcere sulla base di istanze del tutto arbitrarie: tra queste persone, molti sono giornalisti.

«La Turchia è la più grande prigione di giornalisti del mondo».
Secondo il CPJ (Committee to Protect Journalist) nel 2017 sono stati 73 i giornalisti imprigionati in Turchia. Queste cifre cambiano secondo i metodi e le misure del sondaggio di ciascuna associazione. Ad esempio, secondo un rapporto di Amnesty International pubblicato in Turchia, dopo il colpo di Stato sono stati arrestati più di 120 giornalisti e operatori dei media. SCF (Stockholm Center for Freedom) riferisce che, dal luglio scorso, sono stati arrestati 221 giornalisti e 138 sono tuttora ricercati.
Chiunque sia interessato a questo argomento avrà già sentito alcuni nomi di giornalisti turchi dietro le sbarre o ricercati dalle autorità. Si parla molto meno, purtroppo, delle storie di giornalisti non molto conosciuti o popolari come Can Dündar, i fratelli Altan, Ahmet Şık o i giornalisti di Cumhuriyet, tutti detenuti nelle carceri turche.
A causa del terrore creato dal regime di Erdogan, i parenti di questi giornalisti hanno spesso paura di parlare. E persino alcuni degli avvocati di questi giornalisti sono finiti in prigione, quindi è molto difficile ottenere informazioni che chiariscano le situazioni di questi cronisti che non conquistano le prime pagine.
Un articolo non è mai stato abbastanza, se il fine è raccontare la persecuzione dei giornalisti incarcerati in Turchia, perché ce ne sono davvero molti. Tra questi, ecco le vicende di cinque di loro, particolarmente drammatiche.

Cumali Çaygeç

Giornalista televisivo per il canale di stato turco TRT, da dicembre 2016 Cumali Çaygeç è in carcere nella capitale turca Ankara. Attualmente è detenuto con altre 27 persone in una cella progettata per quattro persone. Per sette mesi ha dormito sul pavimento, le autorità non gli avevano neppure fornito un letto. Çaygeç, che ha tre figli, è accusato di essere un membro di «FETÖ», letteralmente «organizzazione terroristica dei Gülenisti», espressione usata dal regime di Erdogan per screditare il movimento Gülen. È questo movimento che, tra gli alti ranghi, è accusato di essere responsabile del fallito golpe del 2016.
Secondo l’Unione Europea e gli Stati Uniti, il Movimento Gülen non è un’organizzazione terroristica. Dopo il golpe, la parola FETÖ viene usata come pretesto per mandare in galera gli oppositori di Erdogan. Oggi, molte persone che non hanno nulla a che fare con il movimento Gülen, come il giornalista investigativo Ahmet Şık, sono in prigione, con l’accusa di essere membri di FETÖ. Ecco le accuse contro Çaygeç: il pubblico ministero afferma che è membro di un’organizzazione terroristica perché aveva un conto presso la Banca Asya, affiliata al movimento Gülen. La Banca Asya, fondata il 24 ottobre 1996 con l’approvazione del governo, è stata da allora attentamente monitorata dalle autorità di controllo. Il 4 febbraio 2015 il governo ha preso il controllo della banca e ora non esiste più. Il secondo capo di imputazione riguarda l’uso di un’app per telefoni cellulari chiamata «ByLock». Il governo turco sostiene che ByLock sia uno strumento di comunicazione segreto, mentre l’applicazione era accessibile e scaricabile da chiunque tramite Google Play e Apple Store. Çaygeç ha negato l’utilizzo dell’app ByLock e ha richiesto l’esibizione delle prove da parte della pubblica accusa. Secondo il pubblico ministero, Çaygeç ha soggiornato in un hotel termale vicino ad Ankara, l’Asya Termal Kaplıca Hotel, affiliato al movimento Gülen. E questo, per il magistrato, basterebbe per dimostrare che Çaygeç è un terrorista. Ma c’è un dettaglio finora mai menzionato: l’Asya Termal Kaplıca Hotel ha ospitato, tra il 2002 e il 2014, proprio le convention del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) con la partecipazione del premier Recep Tayyip Erdoğan, di ministri, sindaci e membri chiave del partito.
Un’altra accusa del pubblico ministero fa riferimento a consulti medici per la salute di Çaygeç. In effetti, egli è stato curato presso l’ospedale Turgut Özal, accusato di essere affiliato al movimento Gülen. Çaygeç ha dichiarato, durante un interrogatorio di polizia, che il suo datore di lavoro TRT, il canale radiotelevisivo di Stato, aveva concluso un accordo speciale con l’ospedale per ottenere tariffe agevolate per i suoi dipendenti.
Çaygeç si è presentato davanti al giudice per la prima volta il 24 ottobre 2017, dieci mesi dopo il suo arresto. È ancora detenuto. La prossima udienza del processo si terrà il 28 febbraio 2018.

Mehmet Ali Ertaş

10 dicembre 2015, Ankara: lo Stato Islamico Daesh sferra un attacco con due kamikaze durante una manifestazione per la pace. 102 persone uccise e 400 ferite.
L’editore di Mezopotamya News, Mehmet Ali Ertaş, nel 2016 su un social network denuncia l’attacco come un «massacro», senza dare alcuna connotazione al tragico fatto di cronaca se non la tragedia delle vite innocenti perse a causa dell’attentato. A causa di questa semplice condivisione, un tribunale turco ha dichiarato a Ertaş colpevole di aver insultato lo Stato e di diffondere propaganda a nome di un gruppo terroristico. Il 22 dicembre 2017 il tribunale ha condannato Ertaş a 15 mesi di carcere.

Abdullah Kaya

Abdullah Kaya è un giornalista presso l’agenzia di stampa di DİCLE. Dopo un intervento della polizia, è stato arrestato e messo in prigione dal 18 gennaio all’11 maggio 2017. Poi è stato rilasciato, in attesa del processo. Il 24 dicembre 2017 è stato nuovamente arrestato nell’ospedale in cui stava ricevendo delle cure. Secondo le notizie pubblicate dai media curdi, non è ancora noto in quale carcere sia detenuto, né per quale ragione.

Ibrahim Balta

Dal tentato golpe del 15 luglio 2016, il giornalista veterano Halil İbrahim Balta è stato arrestato come altri, accusato di essere un membro di un’organizzazione terroristica, ovvero il Movimento Gülen. Perché? Perché ha ritwittato 4 tweet di un informatore, di nome Fuat Avni. Quest’ultimo aveva nella sua libreria 18 libri scritti da Fethullah Gülen, un altro scritto da un americano su Gülen, dei CD su Gülen e un conto bancario presso la Banca Asya.
Balta rischia fino a 10 anni di carcere, se condannato. Secondo il sito web Kronos, alla fine dell’anno scorso Balta ha avuto due gravi problemi di salute. Nel suo rapporto, Kronos afferma che Balta è stato sottoposto a chirurgia laparoscopica per colecistectomia presso l’ospedale pubblico Silivri il 7 dicembre 2017. La sua famiglia non è stata informata della sua situazione sanitaria. I familiari non hanno avuto modo di vederlo, neppure quando sono andati all’ospedale nel quartiere Silivri di Istanbul. La richiesta di visitarlo, depositata presso la procura, non ha dato alcun risultato. È stato anche riferito che la stanza di detenzione post-operatoria di Balta all’ospedale era nel seminterrato, vicino all’obitorio. Quattro giorni dopo l’operazione, è stato trasferito in prigione. Il giorno stesso, l’11 dicembre 2017, Balta ha detto che non si sentiva bene, che aveva male allo stomaco e alla testa. E a buon titolo: ha avuto un sanguinamento gastrico due giorni dopo la visita della sua famiglia ed è stato ricoverato d’urgenza dalle autorità carcerarie. Grazie al suo compagno di cella, la sua famiglia è stata informata cinque giorni dopo questa emergenza. Ma ogni visita all’ospedale resta proibita. Balta ha perso 30 chili negli ultimi 6 mesi. La detenzione non è compatibile con il suo stato di salute.

Babür Boysal

39 anni, pittore e designer nel dipartimento Arte del giornale Zaman, Babür Boysal è stato arrestato il 10 ottobre 2016, accusato di aver criticato le spiegazioni del governo sui fatti preceduti e seguìti al colpo di Stato fallito. Secondo le testimonianze, Boysal ha intrattenuto una conversazione con una cerchia di amici nella sua città natale nella provincia di Adana, nel sud-ovest della Turchia, durante la quale ha ipotizzato che il tentativo di colpo di Stato avrebbe potuto essere un complotto.
Una persona anonima ha riferito la conversazione alla polizia, sostenendo che era un membro di FETÖ e che aveva insultato il governo in pubblico. L’atto d’accusa contro Boysal richiede 22 anni di detenzione, sostenendo che sia «l’imam del movimento Gulen» per gli studenti della scuola militare Balıkesir. Boysal è comparso davanti ai giudici per la prima volta il 6 giugno 2017, circa 10 mesi dopo il suo arresto ufficiale. Ha espresso il suo sconcerto sulla presunta relazione con i cadetti militari. Inoltre, è da quasi 15 anni che vive a Istanbul, a 320 chilometri da Balıkesir, dove si trova la scuola militare. Ha quindi respinto le accuse nella sua interezza. Ha sostenuto che il suo accusatore lo avesse diffamato perché aveva una disputa con lui. Le altre accuse contro di lui: essere un dipendente del giornale Zaman, sequestrato dal governo a marzo 2016 e chiuso a luglio 2016 per decisione governativa; essere membro del sindacato dei giornalisti Pak-İş Medya Sendikası, sciolto dal governo; avere un conto presso la Banca Asya.
Al processo, Boysal ha dichiarato: «Non vi è alcuna prova concreta che io sia un membro di un’organizzazione terroristica. Il luogo in cui ho lavorato era un giornale conforme alla legge, il sindacato di cui ero membro era autorizzato dal governo. Avevo un conto alla Banca Asya semplicemente perché il mio stipendio era accreditato lì dalla società che mi aveva assunto». La corte, finora, ha ignorato la testimonianza di Boysal e ha deciso di mantenere lo stato di detenzione.

Questi cinque giornalisti sono solo alcuni esempi di ciò che sta accadendo in Turchia. Se sei un giornalista critico, paghi. Tuttavia, secondo il governo la libertà di espressione non è minacciata, in Turchia. In effetti, anche i Paesi con una tradizione di libertà, come gli Stati Uniti, possono ridurre la portata della libertà di espressione: l’attuale presidente degli Stati Uniti presenta i giornalisti come nemici dello Stato. La Francia, a causa del fenomeno delle fake news, vuole mettere in atto una legislazione che definisca nuovi limiti per il giornalismo. La reazione agli attacchi terroristici nei Paesi sviluppati pone un problema: uno “Stato di sicurezza” è compatibile con uno Stato di libertà?

La risposta dipende dalla posizione dei cittadini liberi. Se le persone che hanno a cuore i diritti umani reagiranno con un fronte comune, sarà possibile fare pressione sui leader politici. Le democrazie dovrebbero fermare le loro politiche ipocrite nei rapporti con le dittature, come nel caso della Turchia. Invece, sembra che le questioni economiche stiano sistematicamente precedendo quelle della libertà di espressione e la questione dei diritti umani, mentre dovrebbero camminare insieme.

Luther Zola

Luther Zola è lo pseudonimo di un giovane freelance turco, giornalista e filmmaker, laureato (in lingua francese) in scienze politiche e pubblica amministrazione presso l’Università Marmara. Attualmente rifugiato a Parigi, è in attesa del riconoscimento del suo status.


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