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Siria: dal soffio della primavera alla tempesta della guerra

Il vento della primavera araba in Siria

Ispirato dagli eventi della primavera de “il popolo vuole” (Chaab Yourid, in arabo) innescati in Tunisia e in Egitto, e attirati dagli slogan comparsi sui muri, per le strade, nelle istituzioni statali, i siriani repressi dalla dittatura di Bashar al-Assad hanno trattenuto il respiro, nella speranza che il vento del cambiamento li avrebbe, prima o poi, raggiunti.
Dalla cosiddetta Primavera di Damasco del 2001, la società civile siriana e le organizzazioni politiche sono state mobilitate per contribuire alle riforme e alla democratizzazione dello stato.

Il 14 gennaio 2011, i siriani sono stati invitati, sui social network, a sostenere la rivoluzione tunisina. Il primo tentativo di riunirsi di fronte all’ambasciata tunisina è fallito ma decine di giovani sono riusciti a riunirsi di fronte all’ambasciata egiziana il 29 gennaio 2011. Alcune settimane dopo, un gruppo di studenti di Derâa, nel sud della Siria, attratti dall’arte dei graffiti, scrissero alcuni slogan anti-regime sui muri di una scuola superiore. Seguì l’arresto di 15 di loro, di età compresa tra i 13 e  i14 anni. La vicenda sconvolse la popolazione locale e una prima manifestazione, chiamata “Dignità”, contro le autorità ebbe luogo il 18 marzo 2011. Quell’evento avrebbe cambiato l’intero destino della Siria di Bashar al-Assad.
Secondo il ricercatore siriano Hani Zeitani, «La rivolta siriana è spiegata da fattori interni, l’assenza di democrazia e la crescita delle disuguaglianze sociali. Il presidente Bashar al-Assad ha usato armi contro la folla pacifica, con morti e feriti fin dal primo giorno della repressione».

Se avessero avuto scelta?

I numeri sono lievitati in misura impressionante: secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, i combattimenti hanno finora portato a una lacerante crisi umanitaria, con 6,1 milioni di sfollati interni e 4,8 milioni di rifugiati all’estero.
Ali Nemr, giornalista siriano e membro dell’Unione nazionale dei giornalisti curdo-siriano, ritiene che Bashar Al-Assad avesse una sola scelta, a causa della natura intrinseca del suo regime. «I regimi totalitari sono basati sulla repressione, in modo che non si lasciari il posto ad alcun movimento di protesta. Assad era ben consapevole che la rivoluzione pacifica aveva lo scopo di rovesciarlo: di conseguenza, non aveva che la violenza bruta da mettere in campo per rispondere alle rivendicazioni della gente».

Rowaida Kanaan partecipò alle prime manifestazioni del Paese. Arrestata e torturata prima della scarcerazione e della fuga dalla Siria, conferma che «nonostante le centinaia di morti, le persone hanno mantenuto pacifiche le loro marce di protesta da marzo ad agosto 2011. Per il numero di morti, aumentato di giorno in giorno, i manifestanti sono stati costretti a usare le armi per proteggere i loro bambini e per continuare a dimostrare. Non avevano scelta. All’inizio, le armi non sono mai state utilizzate in modo sistematico contro le forze dell’esercito». Kanaan, giornalista esiliata in Francia e residente alla Maison des Journalistes di Parigi, parla dettagliatamente di questa tragedia. «I confini della Siria sono aree di conflitto, e lì le armi sono abbondanti. Tuttavia, l’uso sistematico della violenza da parte dei gruppi rivoluzionari è iniziato un anno dopo le prime manifestazioni. Nonostante la brutalità del regime, la maggioranza dei cittadini ha continuato a rifiutare l’uso di armi». Rouwaida aggiunge che «la rivoluzione siriana è iniziata con semplici richieste sociali e rivendicazioni politiche riguardanti lo stato di emergenza, la corruzione, la libertà di espressione». Il regime, secondo il giornalista, ha continuato ad accanirsi soprattutto sui giovani. Ma non solo: ha attaccato anche il personale medico degli ospedali, nel centro di una piccola città che stava curando i manifestanti in nome del giuramento di Ippocrate. «C’è stata una decisione, politica, di uccidere tutti i manifestanti. O si smetteva di dimostrare, o diventava una lotta fino alla morte. Quando la gente chiedeva la caduta di Bashar al-Assad, finire col prendere le armi era inevitabile: ma è stato un processo durato un anno, e per il quale non c’era più possibilità di ritorno».

Nel corso della rivolta, per contenere il movimento politico che chiedeva un cambio di guida al potere (e, nel contempo, continuando il confronto armato con i manifestanti) Assad liberò molte persone, tra cui un gran numero di estremisti e militanti islamici arrestati da 10 anni. Capiremo più avanti il perché. Molti di loro erano morti in combattimenti contro il regime, o sono diventati i leader dei movimenti jihadisti in Siria. Zahran Alloush, nato nel 1971 a Douma e morto il a fine 2015 al Al-Marj, vicino a Damasco era un ribelle siriano, diventato capo della Brigata salafita Jaysh al-Islam e capo militare del Fronte Islamico. È stato arrestato nel 2009 per le sue attività politiche e religiose, detenuto nella prigione di Saidnaya e rilasciato nel giugno 2011, in seguito a un’amnistia del regime di Bashar al-Assad. «Il presidente ha approfittato dell’esperienza della primavera araba e della cooperazione con i servizi di intelligence di questi Paesi per procedere alla liberazione dei capi del movimento salafita, finalizzata a controllare e reprimere il movimento con il pretesto del rischio dello jihadismo. Mentre era proprio lui, a liberare i jihadisti. La mancanza e la debolezza dei movimenti di sinistra e progressisti hanno lasciato la porta aperta agli estremisti rilasciati da Bashar al-Assad». Sono parole del giornalista Ali Nemr.

In questo lasso di tempo sono aumentati gli arresti di attivisti di sinistra, dei giornalisti e dei difensori dei diritti umani. Il regime di Bashar al-Assad ha imprigionato la prima generazione della rivoluzione siriana, quella chiamata definita come “nucleo duro” del movimento; un movimento che comprende difensori dei diritti umani, giornalisti, progressisti, laici e attivisti civili, con sede a Damasco e in molte altre città.

Hani Zeitani, ex coordinatore e ricercatore presso il Centro di libertà e espressione della stampa siriana, arrestato nel 2012, afferma che «il regime di Bashar al-Assad ha perseguitato e torturato centinaia di attivisti di sinistra nella cosiddetta lotta contro il jihadismo. Mentre Bashar facilitava l’acquisto di armi, voleva screditare i manifestanti e cucire un’uniforme jihadista al movimento di protesta. Ricordo bene come, all’inizio della rivoluzione, la polizia avesse facilitato l’accesso ai camion che trasportavano armi». Zeitani, torturato dal regime di Bashar Al-Assad, prosegue la sua analisi dei tumulti: «La rivoluzione siriana è stata ripresa e manipolata. Il suo obiettivo era migliorare le condizioni di vita e aprire uno spazio per la libertà in Siria. Ma non siamo stati in grado di gestire la nuova situazione, un contesto in cui le forze internazionali intervengono quotidianamente».

I finanziamenti non organizzati e il ruolo degli Stati Uniti

In effetti, all’inizio della rivoluzione siriana, data la posizione geopolitica della Siria, le forze internazionali hanno investito molto per abbattere il regime alawita (la minoranza religiosa di cui fa parte la famiglia al potere), specialmente quelle del Medio Oriente. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, «la mancata organizzazione del sostegno finanziario per la popolazione locale e l’impatto dei finanziamenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar per rovesciare il regime sciita di Bashar Al-Assad, hanno sconvolto la natura e il senso delle proteste», dice Rouwaida.
Da allora in poi, le richieste e gli slogan degli islamisti hanno pervaso la rivoluzione siriana: «Gli obiettivi di alcune marce – aggiunge Rouwaida, con amarezza – sono stati trasformati».

Il New York Times ha confermato in un’indagine che la CIA ha fornito armi ai ribelli siriani già nel 2013, in accordo con il Regno dell’Arabia Saudita. «Dovremo spendere circa 21 miliardi di dollari in tre anni. Gli intellettuali si sono detti contrari a questa risoluzione del Pentagono, che ha intenzione di addestrare 5.000 ribelli con un investimento di un milione di dollari per ogni combattente, operazione che può costare fino a 15 miliardi di dollari in tre anni di guerra», ha osservato Dennis Kucinich, ex sindaco di Cleveland, membro del Partito Democratico e deputato della Camera dei Rappresentanti dal 1997 al 2013. Kucinich ha aggiunto che «non esistono ribelli moderati e l’Arabia Saudita, che, con il Qatar, ha finanziato i jihadisti in Siria, ora propone di addestrare i ribelli. Al Congresso viene chiesto di “ingoiare” questa dubbia ricetta: gli sponsor dei jihadisti radicali addestreranno jihadisti moderati».

Ribelli armati lasciano la città assediata di Homs

Quale futuro?

La maggior parte degli estremisti liberati ha cominciato a incontrarsi per creare gruppi militari. La posizione iniziale dei ribelli si è indebolita fino a perdersi. Il contesto è sempre più conflittuale e quindi incontrollabile.
Molti siriani si pentono perché la terza opzione non è stata nemmeno proposta: «Non avevamo scelta, eravamo di fronte a una guerra dominata da forze internazionali da una parte e milizie straniere dall’altra».
Milioni di persone, intanto sono state costrette a fuggire dal loro paese e si trovarono al centro di una “Terza Guerra Mondiale” che si è svolta sul loro territorio. “60.900 soldati del regime uccisi, 45.000 miliziani siriani e oltre 8.000 combattenti stranieri fedeli al governo di Al-Assad. I combattimenti hanno anche ucciso quasi 55.000 ribelli e molti jihadisti, la maggior parte appartenenti all’organizzazione terroristica Stato islamico (EI) o Front Fatah al-Sham – ex Al Qaeda in Siria o di Al-Nusra “conferma un reportage di Le Monde.

La guerra persiste m,a ultimamente, i ribelli islamici hanno perso molto terreno. Molti dei siriani d’élite in esilio stanno cercando di creare piattaforme indipendenti, organizzazioni e collettivi per porre fine alla tragedia di Damasco. Senza gli islamisti, né Bashar Al-Assad e i suoi seguaci. Ci vorranno ancora anni e, se tutto andrà bene, potrebbe esserci un futuro per Siria. Un futuro che, oggi, è ancora molto incerto.

Samad Ait Aicha

Samad Ait Aicha è un giornalista marocchino, nato nel 1984 nella regione di Assa. Dopo aver completato la formazione con una laurea in sociologia dei media e un diploma in giornalismo investigativo, ha concentrato la sua ricerca accademica sui media e la società. Già redattore capo di Ouarzazate online e coordinatore locale dell’Ong Free Press Unlimited, è membro della Associazione marocchina per il giornalismo investigativo (AMJI).

Studente in scienze politiche all’università di Parigi 8 Vincennes-Saint Denis, continua a collaborare con il giornale in lingua araba Lakome2 ed è un traduttore freelance arabo-francese.


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