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La guerra in Siria e i media arabofoni: cinque domande, cinque risposte

Intervista del giornalista algerino Larbi Graïne a Mohamad Almasri, dottorando siriano all’Università Paris-8.

Dottor Almasri, sta preparando una tesi sulle rappresentazioni geopolitiche della guerra in Siria da parte dei media televisivi in ​​lingua araba. Quali sono le ragioni che l’hanno portata a iniziare questa ricerca?
«L’idea di questa tesi è nata dall’osservazione del comportamento della televisione satellitare nei confronti del conflitto siriano. Questo conflitto ha sconvolto tutte le basi della società siriana e ha profondamente modificato tutti gli aspetti della vita in Siria. In effetti, ciò che accadrà non determinerà solo il ruolo del paese nella regione, ma anche il suo futuro. Mi è sembrato che l’analisi di come funzionano i media possa aiutare a capire cosa sta accadendo sul territorio».

Perché “lingua araba”?
«Questo è un termine che indica che la lingua utilizzata è l’arabo, indipendentemente da dove è dislocato il media in questione. Le strutture che producono contenuti informativi che possono essere ricevuti in Siria non appartengono necessariamente al mondo arabo: tali media stranieri esistono ovunque in Europa, Russia e anche in Turchia».

C’è una differenza tra i media televisivi del mondo arabo e quelli della diaspora?
«A mio parere, la posizione geografica non determina il tipo di televisione che viene fatta. Osserviamo che riproducono i discorsi sviluppati in Medio Oriente.
I network sono o filo-occidentali, e allo stesso tempo favorevoli ai Fratelli Musulmani, o filo-russi e pro-Bashar al-Assad, o ai fondamentalisti islamici, o anche islamisti e allo stesso tempo filo-occidentali».

Perché questa svolta religiosa?
«Mi sembra che i media abbiano intessuto rapporti stretti con le autorità politiche dei rispettivi paesi. Negli anni ’40 e ’50, ai tempi di Nasser, le televisioni di tutto il mondo arabo servivano a sostenere i regimi locali, a unirsi al nazionalismo arabo, a difendere la lingua nazionale e a denunciare il colonialismo.
Ma dalla caduta dello Scià dell’Iran e della guerra Iran-Iraq in poi, la situazione è cambiata. Da allora, le stazioni televisive nel Medio Oriente arabo si sono posizionate contro il paese dei Mollah. Un altro passo è stata la caduta di Saddam Hussein e la comparsa della televisione satellitare. All’improvviso, si è assistito a una fioritura di canali religiosi, nati per offrire un controcanto ai discorsi diffusi dai media iraniani, tra cui per esempio al Kawthar, che diffonde tesi favorevoli all’Islam sciita. Mentre erano essenzialmente nazionalisti, sia che fossero arabi o arabofoni, i media si sono convertiti in media religiosi nei paesi del Golfo, in Egitto e a Londra, dove abbiamo l’esempio di al-Moustaqila. Una vera guerra mediatica è scoppiata tra i due campi e i canali siriani non si sono certo tirati indietro».

Come viene trattata la guerra in Siria da questi media?
«Direi che hanno sviluppato un discorso religioso che ha influenzato negativamente i paesi multi-fede come la Siria, il Libano e lo Yemen. L’Egitto e il Maghreb, invece, sono stati poco influenzati, per via della relativa omogeneità della loro popolazione. D’altro canto, non vi è alcuna autorità che possa vietare la ricezione di questi canali. L’assassinio di Rafik al-Hariri in Libano, ad esempio, ha dato origine ad analisi che mettono in risalto l’affiliazione religiosa di ciascuna fazione.
Quando scoppiò la primavera araba, purtroppo, il discorso religioso diventò dominante. Oggi, le identità religiose sono diventate così importanti che spesso ritornano nelle discussioni pubbliche, mentre una volta la religione era considerata parte della sfera privata. Al di là di questa religiosità, ho notato che i canali televisivi, a parte quelli pro-Assad, si concentrano su tre città in particolare: Deraa, Homs e Iblid. Tutte città che si trovano in aree di confine. Deraa è ai limiti della Giordania, Homs è vicino al Libano e Iblid alla Turchia. Questo trattamento mediatico, che non ha ancora rivelato tutti i suoi segreti, dal mio punto di vista richiede un’analisi contestualizzata. Che è quella che sto tentando di fare».

Larbi Graine

Giornalista algerino, Larbi Graïne ha collaborato con numerose testate in Algeria. Ha conseguito un master (DEA) in letterature francofone e un dottorato in Storia e scienze sociali. Nel 2010 ha pubblicato, per Hattarman, un libro sul sindacalismo autonomo in Algeria, dal titolo “Naufragio della funzione pubblica e sfida sindacale”. Accolto dalla Maison des journalistes nel 2014, da allora vive in Francia.

Per contattarlo: larbigra@gmail.com


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