READING

Così, in Siria, abbiamo iniziato a fare informazio...

Così, in Siria, abbiamo iniziato a fare informazione (Eastwest.eu)

Alfiere della libertà di espressione in Siria, Mazen Darwish è stato perseguitato dal regime, fino alla fuga in Germania. “Lo spazio di manovra da noi è poco per i giornalisti non allineati”, dice. Ma qualcosa sta cambiando: “Il muro della paura è stato distrutto”. E i siriani cercano notizie vere.

“Avevo iniziato la mia attività appena laureato. Già nel 2002, però, mi avevano cacciato dal sindacato degli avvocati per il mio lavoro sui diritti umani, cosa che in Siria è decisamente normale”, racconta Mazen Darwish. Classe 1974, studi in legge completati a Damasco nel 1998, pioniere dei diritti umani in Siria, Darwish è stato prima ghettizzato come giurista poi osteggiato come giornalista. Dopo aver fondato il Committee for the Defence of Democratic Freedom and Human Rights (Cdf) e il Syrian Centre for Media and Freedom of Expression (Scm) ha conosciuto il carcere e l’esilio.

Come reporter, ha vinto il Guillermo Cano World Press Freedom Prize 2015, istituito dall’Unesco per segnalare professionisti che si distinguono nella lotta per difendere la libertà di stampa e di espressione. Vive in Germania e ha raccontato, al meeting Voci scomode del Caffè dei giornalisti di Torino, la sua esperienza da attivista e giornalista.

Per quale ragioni le istituzioni l’hanno presa di mira?

“Perché ciò che facevo ostacolava i loro progetti. Dopo aver lasciato l’avvocatura ho tentato un’altra strada, continuando le mie battaglie da giornalista, lavorando soprattutto per giornali esteri: ai tempi, peraltro, in Siria non c’erano media indipendenti ma solo governativi o privati e asserviti al potere. Quindi aprii un sito di notizie sul web, che allora non necessitava di registrazione”.

Per il governo siriano una figura come la sua è un nemico da eliminare?

“Direi di sì. Nel 2006, quando avviai il primo giornale online, dopo la pubblicazione di un articolo che parlava di prigionieri politici il governo chiuse la redazione, il sito, l’accesso al web, tutto. Allora mi inventai il Syrian Centre for Media and Freedom of Expression, ma nel 2008 finii di nuovo in prigione: venni arrestato e mandato davanti alla corte marziale. L’accusa era quella di aver iniziato a scrivere, neanche divulgato, un reportage che secondo loro avrebbe destabilizzato la società siriana. C’è un articolo del codice penale, il 285, che permette di condannare chi scrive testi in grado di “distruggere il sentimento nazionale”. In qualche modo continuammo a lavorare fino al 2012, quando nuovamente le forze dell’ordine entrarono nel nostro ufficio e arrestarono me e altri 14 colleghi. Purtroppo alcuni non ci sono più, come Ayham Gazzoul, che morì di torture”.

Non c’era modo di restare in Siria?

Non per me. Sono stato rilasciato nel 2015, avevo il blocco del passaporto dal 2007 – questa è un’altra delle tattiche contro i giornalisti o gli attivisti per i diritti umani – e il problema, nonostante mi avessero lasciato libero perché le accuse non sussistevano, era che ogni due settimane dovevo presentarmi in tribunale per un’udienza. Ogni volta mi facevano attendere per ore, dopodiché il giudice mi ordinava di tornare 15 giorni dopo. Questa cosa è andata avanti per mesi, dopodiché ho capito l’antifona e ho deciso di fuggire. Per andarmene ho usato le vie dei contrabbandieri, sono riuscito a raggiungere il Libano e da lì la Germania”.

Che margine di manovra hanno i giornalisti non allineati rimasti in Siria?

“Poco. I giornalisti che vogliono lavorare nelle zone controllate dal regime, se sono di opposizione, devono farlo solitamente in segreto, sotto copertura, e collaborando con media esteri. Ma siccome telefoni e posta privata sono spesso sotto controllo, rischiano costantemente di essere scoperti e imprigionati. I giornalisti che lavorano nelle testate locali, e si occupano di fatti minori, ricevono comunque pressioni su vari livelli: spesso sono citati non in tribunali religiosi ma in giudizio civile, con gravi conseguenze economiche”.

Esiste una divisione netta tra media di regime e di opposizione?

“La situazione siriana è complessa. Esiste una specie di blocco di giornalisti pro-regime, un altro che è contro e poi una serie di informatori la cui libertà dipende dall’autorità che controlla un certo territorio: per esempio, nel nord e nei territori curdi, c’è una situazione diversa rispetto alla capitale, e direi anche migliore rispetto ad altre aree. Tutt’altro discorso per le zone controllate da Al Nusra e altri gruppi militari islamici: lì vigono regole strettissime, che limitano tutti i media”.

Le notizie che arrivano dalla Siria sono frammentarie, contraddittorie: crede che ci sia anche un problema di professionalità dei giornalisti, nel divulgare notizie e alimentare conflitti?

“Questo è un punto basilare. Mi sono chiesto spesso quale parte avessimo in questo conflitto perché, purtroppo, i cronisti in Siria sono stati anche strumenti della guerra. In un certo modo, per alcuni di noi l’esilio è stato positivo: oggi, chi collabora con media stranieri cerca di trasferire la sua esperienza nei giornali siriani. Paragonare la scuola di giornalismo locale e quella internazionale ha aiutato a elevare gli standard di deontologia, in più il web ha aiutato il fiorire di testate online più libere rispetto alle pochissime tradizionali. Vero è che, dal 2011 in poi, abbiamo soltanto un tipo di medium ufficiale in Siria, quello governativo. I giornalisti siriani rileggono tre volte quello che scrivono e lo fanno come se fossero incaricati dal servizio segreto di farlo. Così, succede che impieghino più tempo a dedicarsi alla autocensura di quello che spendono per scrivere.

In cooperazione con l’Unesco, poi, stiamo lavorando per monitorare gli hate speech e i discorsi violenti, rivolgendoci prima di tutto ai giornalisti. Vorremmo rendere i media uno strumento per la pace, non per la guerra. Magari non succederà domani, per essere onesti, ma credo che dopo tanti anni di buon lavoro e di impegno da parte di tanti, la situazione sarà del tutto diversa. La Federazione internazionale dei giornalisti ha appena accettato l’ingresso dell’Unione dei giornalisti siriani come parte della sua rete ed è un fatto storico: avere in Siria un sindacato privato e indipendente è una conquista. Questo è un ottimo esempio del fatto che il futuro potrà essere diverso: è un processo appena iniziato e servirà del tempo”.

Intende dire che news e tecnologia possono essere una chiave per la pace e la libertà in Siria?

“Secondo me lo sono già, nel senso che è stato distrutto il muro della paura: le nuove generazioni sanno maneggiare i nuovi media, quando cercano una certa notizia sanno dove andarla a trovare usando varie fonti, che siano siriane, arabe o straniere. Il ruolo del giornalismo come necessità sociale, e non mera propaganda governativa per spalleggiare il regime, si sente e sta diventando un pilastro della società in molte aree del Paese: il mondo dell’informazione inizia a essere più conosciuto e legato allo sviluppo della società stessa. Per la Siria è un fatto nuovo: una volta, le notizie erano di una riga ed esistevano solo per propaganda. Ora i media lavorano a vari livelli, anche per formare un’opinione pubblica che in Siria non esisteva”.

Federico Ferrero

[Nella foto: I bambini in strada a Deraa nella parte meridionale della città controllata dai ribelli. Siria, 20 agosto 2017. REUTERS / Alaa al-Faqir]

Articolo pubblicato su Eastwest

Responsabile editoriale del Caffè de giornalisti. Ha scritto e scrive, in ordine sparso, per il Corriere, l’Unità, l’Espresso, pagina99. Racconta il tennis per Eurosport e scrive su Tennis Italiano. Per l’editore ADD ha scritto Alla fine della fiera – Tangentopoli vent’anni dopo. Coautore del documentario Langhe Doc, nomination al David di Donatello. Nel 2012 ha vinto il premio Dardanello.


COMMENTS ARE OFF THIS POST