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Rebus Siria: la frammentazione del racconto mediat...

Rebus Siria: la frammentazione del racconto mediatico

«I giornalisti si sono trasformati in bersagli. Accadeva anche prima che venissero uccisi nell’esercizio della loro professione, ma in maniera incidentale. Oggi ci sono aree oscurate perché non si possano raccontare. Dobbiamo, come giornalisti, fornire strumenti per agevolare la comprensione della realtà». Con queste parole Stefano Tallia, segretario dell’Associazione Stampa Subalpina, ha inaugurato l’evento «Quante guerre si combattono in Siria? Il racconto giornalistico tra censura e fonti di guerra», appuntamento serale dell’edizione 2017 di Voci scomode.

Ai saluti istituzionali di Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei Giornalisti, Darline Cothière, direttrice della Maison des Journalistes di Parigi e di Marinella Belluati, docente di Analisi dei Media, dipartimento CPS dell’Università di Torino, è seguìto il ricordo da parte di Giuseppe Acconcia, giornalista, scrittore e ricercatore in Medio Oriente chiamato a moderare l’incontro, dello scrittore e giornalista Alessandro Leogrande, morto improvvisamente lo scorso 26 novembre, per il suo impegno nel racconto delle storie di quanti fanno più fatica a farsi sentire.

A Lorenzo Trombetta, giornalista e arabista, corrispondente ANSA e LiMes per il Medio Oriente, il compito di inquadrare il contesto geopolitico siriano attuale con il suo intervento «Oltre la frammentazione mediatica per una ricomposizione delle fratture»: un’analisi chiara e puntuale dello scenario siriano fortemente polarizzato che viene spesso tratteggiato semplicisticamente come lo scontro tra forze governative e ribelli. «Dopo sei anni di proteste represse sfociate in un conflitto armato, vorrei a freddo provare a spiegare tutto senza dare nulla per scontato.» A cominciare dalla posizione geografica della Siria («I miei colleghi stessi prima del 2011 faticavano a indicare dove fosse la Siria e quale fosse la sua capitale»), che è tutto sommato piuttosto vicina all’Italia ma è percepita come molto distante.

La Siria è raccontata con un unico colore, ma ci sono molte sfumature. E l’inizio del racconto è datato marzo 2011 quando tutto è cominciato (si fa per dire), ovvero quando le proteste popolari sono state duramente represse: «Si è trattato, in realtà, della recrudescenza armata di un conflitto che esisteva già negli anni Settanta e che ha avuto un apice nel 1982».

Trombetta invita poi a uscire dalle nostre prospettive limitate in termini di Stato-nazione quando si parla di Medio Oriente, perché parlare di Siria significa parlare anche di Stato islamico in Iraq o della questione curda e di molti altri attori coinvolti sul territorio: «A nord-est ci sono i curdi sostenuti dagli Stati Uniti. C’è poi la coalizione di forze governative sostenute dalla Russia e dall’Iran. C’è l’opposizione siriana al regime di Assad nel nord-ovest e a sud al confine con la Giordania. E c’è anche lo Stato islamico, sempre più indebolito».

Come documentare tutto questo? «Io cerco di usare una terminologia il più possibile neutra per narrare l’identità siriana in un’ottica post 2011. E mi baso su media attenti. Cerco anche dare spazio al racconto di quelle persone che hanno bisogno di normalità e di stabilità, di tornare alla vita ordinaria mentre è in corso il conflitto». Sono quelle che più interessano Laura Tangherlini, giornalista e conduttrice di RaiNews24, che a partire dalla sua esperienza diretta, ha dato voce alla situazione dei profughi siriani in Libano: «È il Paese in cui la percentuale di profughi incide di più sulla popolazione totale. Ci sono poi tre milioni di profughi siriani in Turchia e una minor parte arrivata in Europa». In Libano non esistono campi profughi istituzionali: una scelta strategica per evitare che – considerata la loro composizione, prevalentemente musulmana – si alterassero gli equilibri interni al Paese.

Tra le problematiche più sentite dai siriani in Libano c’è la difficoltà dell’accesso all’istruzione, considerata ciò che più manca per avere la percezione di una vita normale: «La diminuzione del tasso di scolarizzazione tra i siriani è dovuta al fatto che nel sistema scolastico libanese le lezioni sono in francese o in inglese, mentre in Siria in arabo. A questo si devono aggiungere certe forme di razzismo, la difficoltà di raggiungere alcuni luoghi per l’inesistenza dei trasporti. Ecco le ragioni dell’abbandono scolastico degli studenti siriani in Libano». Un’altra difficoltà è l’accesso al sistema sanitario libanese, privato e costoso.

In uno dei video che Laura Tangherlini ha realizzato e ha proposto alla platea, colpisce l’affermazione di un ragazzo di Aleppo: «La foto più triste che ho fatto? Quella di una famiglia a cui avevano appena bombardato la casa. Erano sull’uscio, increduli di essere ancora vivi.»

È il racconto della Siria narrato con la voce di un siriano che ha scelto l’esilio, quello che ha raccolto Federico Ferrero nell’intervista a Mazen Darwish, avvocato, attivista, giornalista, in video da Berlino. «Nel 2006 ho avviato il mio primo giornale online. Sfortunatamente, però, dopo alcuni mesi, soprattutto dopo la pubblicazione di un articolo che parlava dei prigionieri politici, il governo decise di chiudere la mia redazione, il sito, l’accesso a Internet. Dopo il 2006 e fino al 2008 ho iniziato a studiare i media in Siria, la libertà di informazione nel paese, il ruolo dei media nel periodo elettorale. Per esempio, come il governo controllasse non solo le notizie ma monitorasse anche gli account personali di posta dei privati. Lavoravo con i miei colleghi su questo tipo di cose nel Centro siriano per l’informazione e la libertà di espressione che ho fondato».

Nel 2008 Darwish è stato arrestato con l’accusa di aver iniziato a scrivere un articolo che, se pubblicato, avrebbe rovinato la salute della società siriana: l’articolo 285 del codice penale sancisce infatti la possibilità di condannare chi scrive articoli che «distruggono il sentimento nazionale». Nel 2012 fu nuovamente arrestato insieme ad altri 14 colleghi della redazione e uno di loro, Ayham Gazzoul, che aveva solo 28 anni, morì per le torture subite. In carcere per tutto il primo anno di detenzione non erano autorizzati a comunicare con nessuno e nessuno aveva loro notizie. Poi per un anno furono detenuti in un aeroporto militare. Il 10 agosto 2015 è stato rilasciato e ha lasciato la Siria per la Germania.

«Io e i colleghi quando fummo liberati e riprendemmo a lavorare ci ponemmo subito questo problema: quale parte avevamo in questo conflitto? I giornalisti sono stati anche strumenti della guerra, sfortunatamente. E la divisione tra fazioni era molto netta. Ora lavoriamo su due programmi, il primo in cooperazione con l’UNESCO per monitorare gli hate speech e i discorsi violenti in Siria. E d’altro canto lavoriamo per tentare di rendere i media uno strumento per la pace, e non di guerra».

Com’è possibile allora fare del giornalismo oggi in Siria?

«I giornalisti che vogliono lavorare nelle zone controllate dal regime, se sono di opposizione, devono lavorare solitamente in segreto, sotto copertura. Sfortunatamente proprio recentemente uno dei nostri colleghi che lavorava con un nickname con una radio da Damasco, attraverso il controllo del suo telefono cellulare e del traffico telefonico, è stato identificato e arrestato. Ci sono molti giornalisti siriani in giro per il mondo che comunicano con l’estero, con istituzioni giornalistiche, con media professionali, e ottengono notizie direttamente. Molti di loro cercano di trasferire questa loro esperienza nei giornali siriani o nei media outlet siriani. Altri ora lavorano con i media locali tedeschi o francesi e non solo nelle pagine dedicate ai paesi arabi».

La parola passa poi ai veri protagonisti di questa edizione di Voci scomode: Raafat Alomar Alghanim, giornalista e cameraman siriano, e Shiyar Khaleal, giornalista e attivista curdo-siriano, entrambi rifugiati presso la MDJ.
«Sono stato una voce scomoda in Siria contro il regime, lo sono stato in Giordania e lo sarò anche in Europa», afferma Alghanim. «I media occidentali sono responsabili. Se Daesh commette un reato tutti ne parlano. Ma se la dittatura uccide due mila e un milione di persone nessuno ne è commosso. I vostri giornali hanno giustamente riportato la notizia della barbara uccisione dell’archeologo Khaled Asaad, ex capo della direzione generale delle antichità e dei musei di Palmira. Ma moltissimi artisti, cantanti, scrittori sono stati uccisi o incarcerati e nessuno ne ha parlato. Per due anni sono stato prigioniero in Arabia Saudita. Io odio gli islamisti, ma in Medio Oriente ci sono dittature che di fatto appoggiano gli islamisti per creare un clima favorevole alla loro attività. Il dittatore in Siria ha rubato la rivoluzione di un popolo».

«Come posso avere giustizia in Siria se criminali di guerra sono liberi di girare?», si chiede Khaleal. «La ricostruzione e lo sviluppo saranno vani perché non abbiamo curato la radice di questa collera». Anche lui punta il dito contro i media: «Molte penne, molte telecamere sono in vendita. Assad non è stato raccontato come un dittatore, ma come un protettore delle minoranze in esilio e dei perseguitati in Siria».

Khaleal è stato detenuto per due anni e 3 mesi, torturato, costretto con violenze tipiche dell’agenda di Saddam Hussein contro i curdi a confessare pubblicamente di essere un islamista («Io, che sono profondamente laico») per minare la sua credibilità e delegittimarlo come giornalista. «La situazione dei media in Siria è pessima. Assad è un cacciatore di giornalisti. Oggi non esiste una stampa libera. Chi lavora nei media sono giovani attivisti, senza una formazione».

Ripensando alla sua storia, alla situazione del suo paese, a quanto i suoi connazionali hanno sofferto afferma deciso: «Siamo siriani. Ma siamo prima di tutto esseri umani».

A chiusura dell’evento, l’omaggio commosso di Lorenzo Trombetta a padre Paolo Dall’Oglio, che già nel suo intervento Khaleal aveva ricordato come Abba Paolo: «Padre Paolo Dall’Oglio si era battuto per aprire la Siria ai giornalisti stranieri e proteggere i giornalisti siriani. Speriamo che alla prossima edizione di Voci scomode ci sia lui, a parlare di Siria».

All’augurio sincero di Lorenzo Trombetta si unisce il Caffè dei Giornalisti, spazio libero dove ascoltare e far risuonare quante più voci scomode.

[Trovate qui la versione integrale della sessione serale di Voci Scomode]

 


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