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Mille e una Siria raccontate agli studenti

Mille e una Siria raccontate agli studenti

Si è aperta con un appello in favore di Osman Kavala l’edizione 2017 di Voci scomode: l’arresto esemplare dell’intellettuale turco, editore e attivista con l’accusa da parte dello stesso presidente Erdogan di essere un «nemico della nazione dal suo interno» è l’occasione per riflettere sullo stato della democrazia e sulla situazione di quanti vedono negati i propri diritti nell’esercizio della loro professione. Non un giornalista, dunque, ma il simbolo di chi sta scontando sulla propria pelle la negazione del pluralismo da parte di chi lo identifica con la minaccia alla stabilità della repubblica turca.
La mattinata dedicata alla Siria raccontata agli studenti del Campus Luigi Einaudi di Torino, dopo i saluti istituzionali di Franca Roncarolo, direttrice del dipartimento Culture Politica e Società dell’Università di Torino, della presidente del Caffè dei Giornalisti Rosita Ferrato e di Darline Cothière, direttrice della Maison des Journalistes di Parigi, è stata introdotta da Marinella Belluati, docente di Analisi dei Media, dipartimento CPS dell’Università di Torino, con un inquadramento della libertà di informazione nel mondo: sancita dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, considerata un pilastro dell’etica pubblica occidentale, è ancora una risorsa diseguale. «Oggi si delineano nuovi scenari non solo per i cambiamenti geopolitici, ma per una nuova architettura dell’informazione. La pluralizzazione delle fonti ha prodotto un aumento della disinformazione. L’informazione è un ecosistema e bisogna concentrarsi sull’informazione che fa la differenza». Chiude il suo intervento citando Abraham Maslow: «All’uomo con il martello tutto sembra un chiodo».

Rosita Di Peri

Per entrare nel merito della questione siriana, Rosita Di Peri, docente di Politiche, Istituzioni e Culture del Medio Oriente, Dipartimento CPS dell’Università di Torino, ha suggerito un excursus sulla rappresentazione mediatica della Siria ponendo come discrimine il 2011 e l’inizio delle rivolte. Prima di allora la Siria è stata narrata come un Paese stabile, culla di una arabità laica, dimenticando il dissenso combattuto e il regime cruento e autoritario che la governava. «Finché la Siria è stata utile per l’equilibrio tra potenze a livello internazionale, come durante la Guerra Fredda ad esempio, è stata ignorata dai media la dimensione sociale o la composizione del potere della famiglia Assad, definita nei termini dell’autoritarismo populista o della monarchia repubblicana». Dal 2011 è invece un Paese che fa notizia, sul quale è proiettata una visione monocorde e polarizzata tra Stato islamico e oppositori del regime.

Il tentativo della Tavola rotonda «Siria. Mille e una narrazione dei fatti» è proprio quello di provare a restituire complessità.
Comincia a fare chiarezza Lorenzo Trombetta, giornalista e arabista, corrispondente ANSA e LiMes da Beirut, sottolineando come sia difficile documentare la resistenza civile siriana perché «essere dentro il paese non garantisce una visione d’insieme». Trombetta vive da molti anni in Libano e conosce e frequenta la Siria, dove si è costruito una rete di informatori: «Ma non potevo fidarmi di chi conoscevo perché chi è esposto a violenze tende inevitabilmente a esagerare e non può essere attendibile». Inoltre molti di quelle che sono state considerate le fonti dirette dai media occidentali sono giovani esperti di social network, «smanettoni» ma culturalmente, politicamente ed eticamente impreparati e immaturi.

Lorenzo Trombetta (a sin.) e Andrea Glioti

Un ulteriore ostacolo al racconto della verità è l’impossibilità di raggiungere molti dei luoghi teatro dei massacri. «Non potendo verificare, non si possono dare numeri. E le cifre contano nella priorità delle notizie». Inoltre molti media sono caduti nella trappola della propaganda: è quanto è accaduto con la notizia diffusa, attraverso alcuni profili Facebook falsi, del presunto scuoiamento di una ragazza da parte della polizia siriana, che dopo alcuni giorni, raggiunto l’apice della “notiziabilità”, è stata prontamente smentita dal regime. Che ha tirato fuori dal cappello la ragazza in carne e ossa, minando così la credibilità dei media con valore retroattivo.
Si inserisce, nel discorso sull’analisi delle fonti, l’intervento di Andrea Glioti, giornalista, collaboratore di Associated Press arabmediareport.it che, esaminando le fonti indirette, sottolinea come sia complesso basarsi sui media in lingua araba perché la tradizione giornalistica araba è molto diversa dal modello anglosassone: «A differenza di quando accade nel giornalismo occidentale di stampo anglosassone, i giornalisti arabi scrivono prevalentemente articoli di opinioni, corredando la notizia con i loro commenti. Un’altra questione legata alla veridicità è poi quella delle fonti anonime e di quanti, come sono stato costretto a fare anche io, scrivono sotto pseudonimo, perché indubbiamente la loro credibilità è minore. Infine è bene fare una distinzione netta tra fare attivismo nella società civile, fare politica e fare giornalismo».
Chiude la tavola rotonda Laura Tangherlini, giornalista e conduttrice di RaiNews 24, presentando la sua esperienza di «sposa siriana» che ha raccolto le testimonianze di tanti profughi, in gran parte bambini, incontrati nei campi in Turchia e in Libano. «Ho voluto documentare la guerra in Siria attraverso le storie di tante persone che ho incontrato e ho intervistato». Per restituire umanità a un conflitto troppo difficile da raccontare considerato il contesto geopolitico e senza trascurare gli attori e i teatri coinvolti.
Non un’unica Siria, dunque, quella narrata dai protagonisti della tavola rotonda, ma un omaggio alla sua complessità.


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