Io, nata in Marocco e quindi italiana

Ero Straniera,
ma nel 2003 ho acquisito la cittadinanza italiana secondo il percorso della nostra legge, che prevede 10 anni di residenza ininterrotta nel paese e altri requisiti, quasi tutti legati alla questione economica: reddito dei genitori, la loro condizione abitativa, il loro 740 annuale… Io comunque ce l’ho fatta, nonostante fossi la più piccola della famiglia.

Ricordo ancora quando ne parlai con mio padre. Avevo 17 anni, in Italia da 8. Sembravo un’extraterrestre che parlava di qualcosa di sconosciuto: perché volevo la cittadinanza italiana? Non ne avevo già una, quella marocchina? I miei genitori, nel 2000, erano già qui da più di 20 anni senza mai aver pensato di richiedere la cittadinanza. Loro, però, erano di un’altra generazione. Sapevano di essere stranieri, si sottomettevano a questa condizione e forse ancor di più: i loro progetti erano nel paese d’origine. L’Italia, per loro, era un paese che amavano ma rimaneva comunque un luogo di passaggio. Loro erano dei veri Migranti. Avevano scelto di lasciare con fatica il loro paese perché volevano migliorare le condizioni di vita; avevano sofferto, nel fare questa scelta piena di sacrifici, ma il loro sogno era comunque il Ritorno.

Io no: ero arrivata a 9 anni, in Italia, e non avevo fatto nessuna scelta. Solo un bel viaggio e, per la mia età, ero entusiasta della nuova avventura. Quando discutevo con mio padre della mia volontà di diventare cittadina italiana, già mi sentivo parte attiva di questa società e, a quell’epoca, non avevo nessun progetto nel mio paese di origine, solo obiettivi da portare avanti nel mio nuovo paese di adozione. Sì, io ero di un’altra generazione rispetto a quella dei miei genitori. Io non mi volevo sentire straniera e non ero emigrata per mia scelta.

Conclusi i 10 anni di residenza, andai all’ufficio preposto per chiedere tutto ciò che era necessario per l’acquisizione della cittadinanza. Dunque raccolsi tutta la documentazione, nel giro di un anno. E però, in quell’anno, l’attività commerciale di mio padre non brillava per reddito. Dunque rischiavo il diniego.
La capo ufficio di allora, una donna molto sensibile, mi consigliò di portare avanti, nel dossier ,il reddito di mia madre, che era più alto. Ebbe ragione: con grande stupore di tutta la mia famiglia, diventai cittadina italiana.

La più piccola della famiglia era italiana. Wow! Quante risate, nessuno ci credeva. Inutile dirvi che questa iniziativa coinvolse tutta la mia famiglia, perché diventare italiana, in effetti, abbatteva molti ostacoli rispetto alla condizione di straniero. E allora, prima toccò a mia madre. Italiana. Poi, a mio padre (con grande sofferenza), perché era qui dal 1979 e diventò il più anziano, in Italia, a ricevere un primo rifiuto. Per ragioni di reddito. Gli toccò aspettare altri 6 anni, prima di acquisirla. Poi la sorella più grande, infine il fratello. Poi le zie e gli zii. Oggi, sono tutti italiani.
Mio fratello, il più grande, in Italia dal 1986, cioè ancor prima di me e mia sorella, si sentiva talmente italiano che mai aveva pensato di chiedere la cittadinanza. Finché, un giorno, glielo ricordò la scadenza del permesso di soggiorno e una occupazione che non riusciva più a trovare, per via della crisi economica che si era abbattuta con violenza anche qui a partire dal 2007.

Mi chiamò, incredulo: «Karima, non sai cosa mi è successo oggi in questura: non vogliono più rinnovarmi il permesso di soggiorno, perché ho perso il lavoro. Io che sono qui da 20 anni… Io che non ho fatto altro che lavorare! Oggi, che sono in un periodo buio, c’è il rischio che mi rimandino in Marocco…» Per fortuna si rialzò, chiese la carta soggiorno, fece la fila per la cittadinanza e, alla fine, riuscì a ottenerla.

Il motivo per cui ho deciso di condividere questa vicenda personale è l’augurio che serva a riflettere. In questi anni, da quando ho iniziato a fare questo mestiere, mi sono sempre occupata della questione cittadinanza, raccogliendo storie davvero assurde: chi per un errore all’anagrafe, chi per reddito dei genitori, chi per un lavoro perso si è trovato ultimo nella fila, per l’acquisizione di un diritto. Due storie, in particolare, hanno segnato la drammaticità di questa legge, che raccontai anni fa sul Sole 24 Ore. La storia di Dounia e Loretta, due ragazze nate in Italia che, per errori e mancanze, hanno rischiato di perdere il loro permesso di soggiorno e di essere rimpatriate in paesi che mai hanno visitato. Aver raccontato le loro storie aiutò, perché ebbero visibilità anche in TV creando un grande dibattito. E bastò il racconto per sensibilizzare il Viminale al rilascio della loro la cittadinanza: perché loro erano cittadine e non straniere. Ricordo ancora la loro felicità, le loro lacrime, i loro ringraziamenti. Ma io avevo solo raccontato la loro storia, il lieto fine era loro dovuto.

Dicevo: è da quando faccio questo lavoro che mi occupo del diritto di cittadinanza, incontrando le storie più assurde e provando a raccontarle con la speranza di sensibilizzare un pubblico sempre più ampio verso un cambiamento positivo e di diritto. Nel 2017, posso dirvi che sono davvero stufa. Esausta. Non ho più voglia di raccontare di nuovi cittadini italiani, quando sono lì che vivono e respirano con noi, fianco a fianco. Li ho visti crescere e sono cresciuta anche io con loro, fino a dirmi che è davvero ridicolo raccontarli come “altro”, quando sono noi. Quando li raccontavo ero una di loro, una G2. Oggi sono una madre ma mi sento già vecchia, in un paese che non vuole sentire il battito dei suoi giovani. Mi chiedo quanti diavolo di storie e ritratti dobbiamo raccontare e scrivere ancora, perché ci si svegli a riconoscere una risorsa e un diritto.

Sento un dibattito assordante, per quanto è viziato di disinformazione e analfabetismo funzionale. Tutti parlano di ius soli, clandestini, sbarchi, cittadinanza regalo, rifugiati, terrorismo, islam. Quando la legge proposta non è affatto un ius soli ma una riforma della legge sulla cittadinanza, che prevede un percorso culturale e temperato per l’acquisizione. Una legge che riguarderà soprattutto i piccoli e i ragazzi, pienamente inseriti nel nostro tessuto sociale italiano ma che, purtroppo, non lo sono altrettanto in quello giuridico: vengono trattati da stranieri, da migranti, quando invece non lo sono. È vergognoso tenere in ostaggio di una legge anacronistica migliaia di ragazzi, pienamente cittadini e inseriti nella nostra quotidianità. È politicamente miope arroccarsi nella paura del futuro che i figli dei migranti rappresentano per tutti noi.

Io non mi sentivo della generazione di mio padre, 25 anni fa. Io ero di una generazione differente, con una visione diversa: e pensare che ero arrivata ad appena 9 anni, in Italia. Pensare che i figli degli immigrati, nati in Italia, classe 2000, debbano fare la fila alla questura per un permesso di soggiorno insieme a chi è arrivato l’altro ieri mi provoca rabbia e imbarazzo, per una politica che non sa fare politica.

Io ero straniera. Da 26 anni sono italiana ma non dimentico e non posso girare le spalle o fare a meno di sostenere chi vuole accedere a questo diritto nella piena consapevolezza, legalità e spirito di cittadinanza. Al passo con i tempi, i cambiamenti e con la nostra realtà.


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *