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Aspettando Voci Scomode: Islam e giornalismo, come parlarne?

Il Caffè dei giornalisti vi invita all’incontro Islam e Giornalismo  –  Immagini, racconti e manipolazioni sui media italiani. L’incontro si terrà giovedì 28 settembre 2017 al Circolo della Stampa in corso Stati Uniti, 27, dalle 14:30 alle 18,30.

Dall’attacco alle Torri Gemelle alla comparsa dell’Organizzazione dello Stato Islamico, quanto i mass media hanno contribuito ad alimentare una propaganda islamofoba nel mondo occidentale? L’incontro, evento preparatorio di Voci scomode|Storie di chi sfida il potere (l’appuntamento annuale dedicato alla libertà di stampa), attraverso il racconto di giornalisti conoscitori della religione islamica cercherà di fare il punto sulla situazione dell’informazione italiana su questi temi. Si parlerà, inoltre, dell’impegno deontologico del giornalista, dei doveri rispetto a realtà falsificate e allarmismo.

Ecco i relatori e i temi dei loro interventi.

Laura Silvia Battaglia [Facebook], giornalista professionista freelance e documentarista, corrispondente da Sanaa (Yemen) per l’agenzie video-giornalistiche americane, arabe, europee, e reporter per quotidiani e TV italiane: Media e pregiudizi, raccontare l’Islam dopo l’11 settembre.
Nessuno è esente da pregiudizi che condizionano la percezione che ogni individuo ha del mondo e addirittura di sé. Ma come i nostri pregiudizi influenzano la comprensione della comunicazione mediatica? E quanto e come i mezzi di comunicazione usano i pregiudizi come elementi della narrazione su cui costruiscono e decostruiscono le storie? Quali sono i pregiudizi e gli stereotipi utilizzati dai mezzi di comunicazione per determinare i fattori di notiziabilità? Quanto è possibile nascondere o modificare una parte del racconto legato a conflitti politici, guerre sociali, guerre e deportazioni, sentenze di morte e liberazioni, per piegarsi alle richieste dell’agenda politica internazionale? E, soprattutto, dopo l’11 settembre, possiamo parlare di una narrazione dell’Islam “pregiudizievole” da parte dei media occidentali (e italiani)? E, cosa accade, in termini di “pregiudizio” nei media dei Paesi non occidentali? Infine, quali sono le parole attraverso cui è possibile individuare e svelare il “pregiudizio”, dall’una e dall’altra parte, e su cui si giocano le richieste delle politiche sui media per influenzare l’opinione pubblica?

Tiziana Ciavardini [Facebook], giornalista de Il Fatto Quotidiano.it, direttrice della rivista NOUS antropologa culturale, portavoce Università Islamica: Comunicare l’Islam al di là degli stereotipi e della propaganda.
La comunicazione in senso generale e con essa l’informazione, sia giornalistica che televisiva, rappresentano un grande potere che porta con sé un’altrettanto grande responsabilità. Tale responsabilità è nelle mani degli operatori, siano essi giornalisti, broadcaster od opinion leader, i quali, veicolando un messaggio verso un pubblico di fruitori più o meno vasto, hanno il dovere della completezza, dell’obiettività e dell’imparzialità; anche quando il messaggio stesso è contestualizzato dall’opinione legittima di chi comunica. Sul tema dell’Islam, in Italia in particolare, il giornalismo, spesso passa dal terreno dell’informazione a quello della propaganda. Troppo spesso il mondo Islamico viene rappresentato attraverso la comunicazione di pregiudizi o stereotipi derivanti, quando non si tratta di malafede, da una scarsa conoscenza della materia. Nel presente contributo cercheremo di proporre alcune riflessioni partendo proprio dai più comuni cliché relativi all’Islam. Vogliamo interrogarci su quali siano le ‘colpe’ (qualora ve ne fossero) attribuibili al giornalismo, volte a generare idee precluse e disinformazione nell’opinione pubblica. Negli ultimi due decenni e soprattutto dopo gli attentati dell’undici settembre 2001 si è diffusa in Occidente l’idea che l’Islam sia una religione per sua natura orientata al ‘conflitto’. La rappresentazione mediatica dei musulmani in particolare, è infatti, cambiata radicalmente e drasticamente, alimentando e spesso fomentando l’idea che il mondo islamico sia una minaccia per tutta la cultura occidentale. C’è dunque, a mio avviso, un bisogno urgente di creare un tipo di giornalismo competente sul tema, svincolato da opinioni infondate, e soprattutto che vada al di là delle manipolazioni.  Un tipo di comunicazione dunque, basata sulla conoscenza della materia, che obbedisca a regole precise di cui fruire con urgenza, cercando di non accrescere ulteriori equivoci e preconcetti fuorvianti sul tema.

Stefania Miretti [Facebook], giornalista professionista, per 25 anni a La Stampa, poi vicedirettore di Gioia tra il 2007 e il 2013, attualmente freelance e documentarista, autrice, con Anna Migotto, del libro Non aspettarmi vivo – La banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti (Einaudi): Le storie che i giornali non hanno raccontato (o che abbiamo lasciato cadere non appena s’è capito che l’islam non c’entrava).
Il caso Mabrouk Soltani. Un’esperienza di ascolto delle comunità musulmane, il lavoro che con Anna Migotto abbiamo fatto in Tunisia per raccogliere le storie dei ragazzi jihadisti raccontate nel libro “Non Aspettarmi Vivo”: gli sms che i giovanissimi jihadisti scrivono alla mamma dalla Siria. Ciò che i loro padri sono disposti a fare per fermarli, o per riportarli indietro, anche a costo della vita. Lo smarrimento dei loro amici. Le promesse del radicalismo religioso, che con il linguaggio della modernità adesca sul web quelli che fino a un attimo prima erano studenti modello, musicisti trasgressivi, calciatori prodigio, ballerini di break dance, majorette vanitose, discotecari in fissa coi marchi alla moda, adolescenti affettuosi. Il contagio islamista sembra essersi diffuso come una malattia esantematica, finché il paradiso non è diventato la destinazione ambita da molti ventenni in cerca di un posto nel mondo. L’islam radicale come uno dei tanti pensieri populisti e demagogici che attraversano il mondo con straordinaria fortuna: la specularità dei linguaggi e dei metodi di propaganda sui social.

Sherif El Sebaie [Facebook], opinionista di Panorama ed esperto di diplomazia culturale, rapporti euro-mediterranei e politiche sociali d’integrazione: Islam laico e Islam politico, come rompere il monolite della rappresentazione?
Negli ultimi anni, l’Islam politico ha guadagnato terreno a danno dell’Islam laico. A questa avanzata, ha anche contributo il maniacale interesse dei media occidentali, per questioni di audience o di consenso elettorale, per le caratteristiche “folcloristiche” di una “rappresentazione-tipo” del musulmano. I mezzi di informazione in Italia tendono a circoscrivere le loro domande ai cittadini o immigrati musulmani – rigorosamente barbuti o velate – ad una rosa molto ristretta di temi: le moschee, il terrorismo, il velo, l’infibulazione e la lapidazione. I musulmani laici, invece, sono del tutto assenti in quanto ritenuti non abbastanza musulmani, e quindi non rappresentativi né spendibili mediaticamente. Questa approccio rafforza inevitabilmente un modello mediatico basato sull’identitarismo religioso. La risposta non può che essere la riscoperta delle differenze etniche, sociali, culturali che rendono diversi tra di loro un miliardo e mezzo di musulmani che vivono in un’area geografica che va dal Marocco all’Indonesia.

 

Terminerà il giro di interventi Andreja Restek,  giornalista e fotoreporter, fondatrice e direttrice Aprnews.it, quotidiano online che segue e monitora il fenomeno dei gruppi terroristici nel mondo. A moderare il convegno Beppe Gandolfo, giornalista Mediaset e consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. L’introduzione sarà a cura di Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei giornalisti, e Stefano Tallia, segretario dell’Associazione Stampa Subalpina.

 


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