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Il Cameo (4) – Il… non processo di Has...

Il Cameo (4) – Il… non processo di Hasan Safadi

Non è il primo e non sarà nemmeno l’ultimo. Ma è comunque l’ennesimo giornalista messo in prigione senza processo da Israele. La vicenda che riguarda Hasan Safadi sta scatenando la reazione di diversi media internazionali e avvocati per i diritti umani che monitorano da anni il sistema di sicurezza e controllo dello Stato israeliano sui detenuti palestinesi.

Hasan Safadi, palestinese anch’egli, è stato trattenuto in una prigione israeliana per un anno a oggi, senza alcun processo ufficiale e senza alcuna accusa, di fatto, contro di lui. Questa misura viene definita dalla legge locale come “detenzione amministrativa” ed è risalente al periodo del mandato britannico su Israele.  Ancora attiva, essa è l’espressione eufemistica con cui viene indicata la detenzione senza accusa o giusto processo.  Di fatto, impedisce a ogni persona soggetta alla custodia di nominare un avvocato per difendersi e la costringe nel braccio della legge penale per un tempo indefinito, spesso nell’oblio assoluto.

La notizia, ripresa da Middle East Monitor con un «sentimento di depressione per la frequenza di questi accadimenti», secondo l’editorialista Asa Winstanley, giornalista investigativo basato a Londra, rimarca come situazioni come questa accadano continuamente in Israele ma vengano totalmente ignorate dai media occidentali che continuano a diffondere una narrativa spostata sull’asse della perfetta e unica democrazia in Medio Oriente.

Già nell’agosto 2015, Winstanley rendeva noto l’arresto della deputata socialista palestinese Khalida Jarrar, detenuta nella base militare di Ofer. Il suo crimine sarebbe stato quello di esporre pubblicamente e con chiarezza le sue opinioni sul tema dell’occupazione israeliana della Palestina e sui diritti dei prigionieri palestinesi. Jarrar sarebbe stata sottoposta al giudizio di una corte dove i due testimoni, compreso il giudice, erano militari. Proprio i testimoni avrebbero dichiarato che la falsa confessione di Jarrar sarebbe stata forzata alla detenuta sotto  la durezza delle torture subite nella base. Il caso, poi ampiamente discusso da Gideon Levy sulle colonne di Haaretz, come dimostrazione del fatto che tutto il sistema dei tribunali militari israeliani sia “un rito ridicolo…un sistema dove il giudice concorda con l’accusa che gli obbedisce in grado militare”, sarebbe solo la punta di un iceberg, attivo da anni, di cui la stessa Jarrar si era fatta attivista, denunciandolo. La Jarrar, al di là della sua attività politica, da anni dirige Adameer, un gruppo palestinese per i diritti umani che difende i detenuti dagli abusi nelle prigioni. Ad oggi, i palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane per motivi politici sono 5700, di cui 14 deputati del partito MPs.

Un anno fa, sempre Middle East Monitor aveva denunciato l’uso della pratica della “detenzione amministrativa” contro altri due giornalisti: William Booth del Washington Post e Muhammad al-Qeeq, palestinese, corrispondente dell’agenzia saudita al-Majd. Alla misura eccezionale e alle sue irregolarità, vanno aggiunti i double standard: infatti, il collega americano è stato detenuto per soli 40 minuti, con l’accusa di avere condotto interviste non gradite. Il secondo, palestinese, è stato detenuto senza accuse e processo e privato dei diritti fondamentali. Booth, liberato quasi subito, è stato difeso dal suo giornale, un media noto per le sue posizioni favorevoli alla politica del governo israeliano. Il Washington Post lo ha definito un collega “ingiustamente  perseguitato solo per avere fatto il suo lavoro”. Il secondo non ha ricevuto attenzione dai media, fino a quando ha deciso di condurre uno sciopero della fame di 87 giorni. Anche nel suo caso, secondo quanto sostenuto dalla moglie, il giornalista Muhammad al-Qeeq sarebbe stato arrestato solo “perché stava facendo il suo lavoro”.


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