Retate contro il giornalismo libero

In Turchia non si salvano più nemmeno i giornalisti stranieri. La settimana scorsa è stata arrestata la reporter tedesca, Mesale Tolu, di 33 anni e di origine turca, ma cresciuta nel Baden Wuerttemberg. Le forze speciali hanno fatto irruzione nel suo appartamento. Si trovava lì con il figlio di appena due anni e mezzo. Pochi giorni prima era arrivata la notizia che il fotogiornalista Mathias Depardon, era stato arrestato ad Hasankeyf ed espulso dal Paese. Venerdì, per non farsi mancare nulla, il direttore del sito del quotidiano Cumhuriyet, l’organo per eccellenza dei laici, Ovuz Guven, è stato portato in carcere con l’accusa di essere un gulenista, ossia un seguace di Fethullah Gulen, l’ex imam in autoesilio negli Stati Uniti, un tempo alleato di Erdogan per convenienza e oggi suo nemico numero uno. Dopo il golpe fallito dello scorso luglio sono state centinaia di migliaia le persone finite in manette o sollevate dai loro incarichi per lo stesso motivo. La motivazione ufficiale è la salvaguardia della situazione interna, ma a tutti ormai sembra una caccia alle streghe dalla quale a salvarsi saranno in pochissimi. E non certo i giornalisti, almeno quelli non allineati.

Il report di Freedom House per il 2017 sulla libertà di stampa ha fatto precipitare la Mezzaluna al 155mo posto su 180 Paesi, peggiorando un posizionamento che non ha certo mai brillato per virtuosità. A farne le spese, solitamente sono i giornalisti che si occupano della questione curda e che vivono nel sud-est del Paese, ma ormai sono coinvolti anche gli altri, anche perché come si è detto, l’accusa di gulenismo viene usata in modo molto generalizzato.

Il fallito colpo di Stato ha impattato direttamente o indirettamente su 150 media di diverso tipo: quotidiani, televisioni, radio, agenzie stampa, periodici, editori, siti. In alcuni casi la redazione si è trovata letteralmente decimata e quindi impossibilitata a lavorare. In altri, come nel caso del quotidiano Bugun, la proprietà è stata commissariata e il giornale è uscito in edicola sì, ma con la linea editoriale completamente cambiata. Secondo il Committee to Protect Journalist, i reporter dietro le sbarre sarebbero circa 81, secondo P24, un’organizzazione nata in Turchia proprio per denunciare la situazione della libertà di stampa, sono ben 145. A questi vanno aggiunti i 2.700 che hanno perso il posto di lavoro e i 54 che hanno visto le loro proprietà confiscate.

Ci sono poi mezzi ‘indiretti’ per fare passare dei guai a quel che resta della stampa libera. Spesso, soprattutto nella zona di Taksim o a Kadikoy, quartiere storicamente laico e liberale dove la stampa di opposizione ha ancora una certa diffusione, i pacchi di giornali spariscono ancora prima di venire sistemati dagli edicolanti. A queste vanno aggiunte le difficoltà economiche, soprattutto negli introiti pubblicitari, perché nessuno si vuole tirare contro le forze al potere o perché a volte farsi vedere in giro con una determinata testata può essere sconveniente. Anche per questi motivi, Penguen, lo storico settimanale satirico, è prossimo alla chiusura.


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