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TURCHIA CENSURA DI STATO | Report dell’incon...

TURCHIA CENSURA DI STATO | Report dell’incontro al Circolo della Stampa

| Martedì 29 novembre 2016 |


Circolo della Stampa | Palazzo Ceriana Mayneri

«Parlando di Voci scomode, quella più scomoda è quella di Erdogan!», con questa battuta Sherif El  Sebaie, opinionista di Panorama ed esperto di diplomazia culturale, ha aperto la serata dedicata alla tavola rotonda sul tema «Turchia. Censura di Stato». Invitato a moderare il dibattito della terza edizione di «Voci Scomode. Storie di chi sfida il potere», dopo i saluti di Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei Giornalisti, di Darline Cothière, direttrice della Maison des Journalistes, e di Marinella Belluati, docente di Analisi dei Media presso l’Università di Torino, che ha introdotto i lavori con un intervento di contestualizzazione della situazione della libertà di stampa, ha lasciato la parola a Marta Ottaviani, giornalista di Avvenire e La Stampa, che in qualità di inviata, ha trascorso molti anni a Istanbul e ha potuto osservare molti cambiamenti: «La Turchia del 2005 è molto diversa da quella attuale nel rapporto con la società nazionale, con l’eredità di Atatürk e con la nozione di laicità. Si è parlato a lungo della Turchia come di uno Stato laico ma musulmano. In realtà l’elite laica ha fatto di tutto per nascondere che l’islam ha sempre permeato la società. Era piuttosto un laicismo forzato.»

Anche Erdogan oggi è molto diverso rispetto a quello del 2002: «Il Presidente ha assunto una visione megalomane del suo ruolo. Per farvi un esempio, afferma che l’America sarebbe stata scoperta dai musulmani, non da Colombo! Ma questa è una strategia di comunicazione precisa: non si ritiene solo il capo supremo della Turchia, ma il leader romantico di un’ecumene musulmana sunnita che non rispetta la prassi delle alleanze.»

Marta Ottaviani è stata spettattrice delle manifestazioni pacifiche di Gezi Park del 2013 e ritiene che l’Europa sia stata troppo morbida nei confronti delle repressioni delle forze dell’ordine contro i manifestanti e che non ci sia stata un’adeguata copertura mediatica («Il primo comunicato è circolato a dieci giorni dall’inizio delle rivolte»). Del resto, parlando con gli studenti che occupavano Gezi Park ha raccolto la loro totale sfiducia nei confronti di un’Europa da cui non si aspettavano nulla.

Che dire, infine, della stampa turca? «Ho smesso di leggere i giornali quando mi sono accorta che i  principali quotidiani, tra cui Sabah e Zaman – vicino a Fethullah Gulen, oggi chiuso – erano identici. L’informazione è omologata

Si inserisce nel dibattito il racconto di Lucia Goracci, inviata di Esteri a Rai News 24, che è stata in Turchia per documentare il fallito golpe del 15 luglio scorso e che in quell’occasione ha intervistato il presidente Erdogan. «Ho ottenuto l’intervista con facilità. Si capiva che aveva voglia di dire la sua sul golpe al mondo. Mi sono trovata davanti un uomo imponente fisicamente, che incute soggezione, ma soprattutto non abituato a essere contraddetto. Aveva il suo copione. Quando ho provato a incalzarlo con la domanda sulla ragione di tanti arresti di giornalisti, professionisti, docenti, che nulla avevano a che fare con il colpo di stato militare, ha tirato fuori un elenco di paesi dove è in vigore la pena di morte. Si è confermato in quell’incontro la persona che immaginavo. È un leader politico carismatico, abile, velleitario.»

Sulla proposta di legge per il ripristino della pena di morte, però, Lucia Goracci, che ha raccolto le impressioni della gente per le strade di Istanbul, non crede sia questa la ragione del rifiuto all’ingresso della Turchia in Europa: «Vox populi è ‘L’Europa ci ha fatto attendere 53 anni. Non è certo ora perchè la Turchia vuole reintrodurre la pena di morte…’ L’Europa non ha mai seriamente pensato all’ingresso della Turchia: sono 80 milioni di musulmani…»

Ma non si può comprendere la situazione della Turchia contemporanea senza allargare lo sguardo fino a comprendere altri attori sullo scenario geopolitico mediorientale.

«Erdogan ha visto nelle primavere arabe l’occasione politica per un’espansione nel mondo arabo sunnita. Sulla Siria, invece, ha preso un abbaglio, giocandosi le relazioni con la Russia. Anche se dopo il golpe le relazioni sono migliorate, come dimostra la visita di Putin a Istanbul.»

A questo proposito, la testimonianza di Sakher Edris, giornalista siriano,ospite della Maison des Journalistes, è particolarmente importante: «I Siriani non sono supportati dal governo turco, sono usati. Ci sono 3 milioni di siriani costretti a violenze, torture, discriminazioni.»

Si è detto che la Turchia è il paese che accoglie il maggior numero di rifugiati: in realtà queste persone non godono dello status di rifugati, sono «fratelli da aiutare». Parte di una famiglia di oppositori del regime degli Assad, Sakher Edris all’inizio degli anni Novanta è costretto a lasciare la Siria, perchè suo padre era stato identificato tra gli avversari di Hafez al Assad e incarcerato. Da allora, è rientrato nel suo Paese per periodi molto brevi, in occasione dei quali è stato interrogato dal governo in merito alle sue opinioni politiche. Ora è in prima linea nell’organizzazione di manifestazioni a sostegno della libertà di stampa e dei diritti umani.

Condivide lo stesso attivismo Halgurd Samad, giornalista curdo iracheno costretto all’esilio e anch’egli ospite della Maison des Journalistes: «Essere un giornalista indipendente in Iraq è pericoloso. Dagli anni ’90 ad oggi molti sono stati uccisi. Nel Kuridstan iracheno la libertà di stampa è sempre in pericolo. La violenza contro i giornalisti e contro i curdi è enorme.»

Per aver criticato il governo in carica, Halgurd Samad ha subito minacce e percosse. Fino alla decisione di lasciare il Kurdistan e rifugiarsi temporaneamente in Turchia prima di ottenere il visto francese.

Le vicende professionali e umane di Edris e Samad si inseriscono nelle trasformazioni politiche e culturali che hanno segnato le loro terre e li hanno costretti a lasciarle. A loro è toccata una ricostruzione della storia dei loro paesi dagli anni Novanta ad oggi: sia la Siria, sia l’Iraq non sono più quelli di un tempo. E anche la situazione delle minoranze in un Medioriente diviso su basi etniche e confessionali non è ovunque identica. I curdi di Mas’ud Barzani hanno ottimi rapporti con la Turchia. Lo stesso non si può dire per i curdi di Siria, considerati una costola del PKK.

Per ritornare a puntare i riflettori sulla Turchia contemporanea, dopo un excursus sulle relazioni con la minoranza curda, la Siria, l’Iraq, l’Unione Europea e l’Occidente, allargando la discussione al rispetto dei diritti umani, Lucia Goracci dà una sua definizione della «democratura turca»: «L’idea di democrazia per Erdogan è che la maggioranza vince e prende tutto, non c’è una tutela delle minoranze come nelle democrazie liberali.»

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