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LIBERTÀ DI ESPRESSIONE NELLA DEMOCRATURA TURCA | R...

LIBERTÀ DI ESPRESSIONE NELLA DEMOCRATURA TURCA | Report dell’incontro al Campus Luigi Einaudi

LIBERTÀ DI ESPRESSIONE NELLA DEMOCRATURA TURCA

| Martedì 29 novembre 2016 |


Campus Luigi Einaudi

«È difficile mantenere un’ecologia della comunicazione»: la sfida lanciata da Cristopher Cepernich, docente di Sociologia dei media presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società, in apertura della terza edizione di «Voci scomode. Storie di chi sfida il potere» è stata accolta, come dimostrano l’interesse e la partecipazione degli studenti alla tavola rotonda «Erdogan e la democratura turca» che si è tenuta  nella mattina di martedì 27 novembre al Campus Einaudi.

Un’occasione per gli studenti di confrontarsi senza intermediazioni con le storie e i protagonisti che stanno dietro agli avvenimenti che fanno notizia e per ascoltare la loro voce.

L’obiettivo del Caffè, esplicitato dalla Presidente Rosita Ferrato nei saluti iniziali, di promuovere del buon giornalismo è dunque soddisfatto.

Marinella Belluati, docente di Analisi dei Media, apre la tavola rotonda tracciando una sintesi dello scenario attuale della libertà di espressione, a partire dal testo dell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani: la situazione è peggiorata un po’ ovunque, anche nei paesi europei, società spaventate dalla minaccia del terrorismo e disposte a cedere libertà in cambio di sicurezza. «Provate a leggere i testi delle misure eccezionali prese dopo gli attentati dell’11 settembre, del Bataclan o di Bruxelles. Sostituite i nomi. Non siamo molto lontani da quello che sta accadendo in paesi dove la libertà di espressione viene sistematicamente violata. Il divieto di manifestazione per ragioni di sicurezza ne è un esempio.» È d’accordo Darline Cothière, direttrice della Maison des Journalistes di Parigi, che nel porgere il saluto alla platea, ricorda che anche in paesi come la Francia o l’Italia bisogna restare vigili, perché le libertà di espressione e di stampa sono valori fragili.

Rosita Di Peri, docente di Politiche, Istituzioni e Culture del Medio Oriente, affronta la questione delle rappresentazioni che influenzano la percezione e la divulgazione dei fatti: «Quando si parlava di Turchia sei o sette anni fa si parlava di un paese con un tasso di crescita in rapida ascesa, dove molti Italiani si sono stabiliti, un paese accogliente.»

Incarnava infatti il modello di crescita economica e la nuova democrazia musulmana che i paesi dove erano «sbocciate» le primavere arabe  avrebbero dovuto prendere ad esempio. «Ma si trattava di una rappresentazione semplificata, che non teneva conto dei mille volti della Turchia. Un paese molto esteso geograficamente, con forti contrasti tra le città come Istanbul e Ankara e le aree rurali. Un paese plurale, diversificato, complesso. Ma, si sa, alcune rappresentazioni – e in particolare quelle dei media mainstream – contano più di altre.» E conclude: «Guardatevi dalle rappresentazioni binarie della realtà

Contestualizzazione molto apprezzata da Murat Cinar, giornalista e attivista sociale turco. Per introdurre il discorso sulla limitazione della libertà di stampa in Turchia cita il caso della sospensione dell’immunità parlamentare per Faysal Sariyildiz, deputato del Partito Democratico dei Popoli, accusato di collaborare con il PKK come corriere di armi. La campagna denigratoria nei confronti del deputato ha avuto inizio con la trasmissione di immagini durante un programma molto seguito in fascia preserale di una presunta perquisizione della sua automobile in occasione della quale nel bagagliaio sarebbero state trovate  armi. Non c’è alcuna prova: si vede l’automobile di Sariyildiz e un poliziotto che gli si avvicina per quello che sembrerebbe un controllo di routine, poi le immagini delle armi che potrebbero essere state girate in qualsiasi altro contesto. Eppure il giorno seguente il quotidiano «Aksam» titola «Tradimento»: «Ha le prove? – si chiede Cinar – No, solo la trasmissione televisiva del giorno precedente.»

Come Sariyildiz stesso spiegherà in una lunga intervista, mai trasmessa dai media mainstream, il poliziotto che gli si è avvicinato era parte della scorta che gli era stata assegnata per le minacce subite precedentemente.

Una totale manipolazione dell’informazione e una distorsione della verità. Tuttavia l’ex primo ministro Davutoğlu plaude al coraggio dei media turchi che hanno smascherato Faysal Sariyildiz. Guarda caso deputato di un partito che con le elezioni del 2015 ha ottenuto 81 seggi in un parlamento di 550 membri, che rappresenta le voci filo-curde e di sinistra, armeni, rom, socialisti, ma anche conservatori, eletti con 6 oltre milioni di voti. «Ben 13 di questi 81 parlamentari sono oggi detenuti, alcuni in isolamento.

E guarda caso i principali quotidiani turchi sono di proprietà di persone molto vicine all’AKP e alla famiglia Erdogan.

E i media italiani come hanno rappresentata la repressione e l’involuzione autoritaria di Erdogan?

Lorenzo Trombetta, inviato ANSA in Medio Oriente, in collegamento da Beirut, evidenzia come nei media italiani ci sia la tendenza a raccontare le violazioni dei diritti umani a seconda della moda politica, non per reali ragioni umanitarie. «Le narrative dei  Siriani in fuga dalle violazioni turche sono state accolte favorevolmente. Ma la denuncia mediatica è usata strumentalmente. Invece va fatta al di là di chi compie le violazioni e delle stagioni politiche.»

Cita, ad esempio, il silenzio sulla situazione dell’Eritrea, dove c’è un regime dittatoriale di cui nessuno parla. O come oggi si guardi con favore al nuovo presidente dell’Iran, considerato riformista quando invece e è un conservatore e nonostante il numero delle violazioni dei diritti umani nel paese sia aumentato rispetto all’era Ahmadinejad. «Ci ricordiamo dell’Egitto perché è stato barbaramente ucciso un italiano. Ma ci sono migliaia di Regeni che non fanno notizia.»

«E perché non si sa niente del Kurdistan? La situazione è come quella di Aleppo o di Gaza», si chiede

Ugur Bilkay, il primo cittadino turco a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato in Europa perché obiettore di coscienza. «La libertà di espressione è strettamente legata all’impossibilità della propaganda antimilitarista in un paese come la Turchia dove il militarismo è considerato l’unica soluzione. Questa mentalità è ancora più difficile da cambiare di quanto non lo sia cambiare un regime.» Il militarismo e il nazionalismo, considerati indispensabili nella società turca, sono stati i punti di forza della politica di Erdogan.  Nel suo intervento, che chiude la tavola rotonda, Ugur Bilkay racconta delle discriminazioni che ha sperimentato sulla sua pelle come curdo, costretto fin dalle elementari a studiare in lingua turca perché quando è stata fondata la Repubblica turca sono state negate tutte le minoranze linguistiche; o a riconoscere nelle lezioni di storia i Curdi come nemici; o ancora a sentire usare come insulti termini quali «armeno».

Il focus sulla «democratura turca» e, allargando l’orizzonte, sulle minacce alla libertà di espressione in Medio Oriente, è stato analizzato da diverse angolazioni e con il suggerimento di prospettive diverse.

In conclusione, si possono prendere a prestito le parole di Milan Kundera citate in apertura dei lavori da Marinella Belluati: «Gli uomini avanzano nella nebbia, non nel buio, ma nella nebbia, nella quale si ha la possibilità di muoversi ma non di vedere a distanza».

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