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APPUNTAMENTI | Il training al Campus Einaudi – REPORT DELL’INCONTRO

Studenti preparati e cittadini informati

| Martedì 22 novembre |

Aula C2 – ore 10/12 |

In preparazione della terza edizione di Voci scomode|Storie di chi sfida il potere dedicato alla repressione della libertà di stampa in Turchia in programma martedì 29 novembre, il corso di Analisi dei Media di Marinella Belluati (docente di Analisi dei Media del Dipartimento di Culture, Politica e Società) organizza un incontro di orientamento finalizzato ad accrescere negli studenti la conoscenza e la consapevolezza delle dinamiche in atto nel Paese.

All’incontro partecipano gli esperti di studi d’area Luca Ozzano (docente di Scienza Politica del Dipartimento di Culture, Politica e Società) Chiara Maritato (Phd in Scienza Politica attualmente post doc presso il dipartimento di culture Politica e Società) e Carlo Pallard (dottorando in Global e Politica Change Università Torino-Firenze).

L’incontro di orientamento è stato aperto a tutti gli studenti del Campus.


REPORT DELL’INCONTRO | Raccontare la Turchia: la parola agli esperti

di Elisabetta Gatto

Gli intervenuti hanno suggerito rispettivamente una ricostruzione storica della situazione turca a partire dagli anni Sessanta, un’analisi politologica della nascita e dell’involuzione dell’AKP e uno sguardo sul ruolo dei media nel racconto delle proteste di piazza Taksim.

Il primo tratto a emergere è stata la costante iniziativa militare nella storia della Turchia: ben 4 golpe nella seconda metà del secolo scorso, a cominciare dal gruppo radicale che rovesciò il governo nel 1960 all’intervento militare del 1971, per continuare poi con il sanguinoso colpo militare gestito dai vertici dell’esercito nel 1980 e l’ondata di conservatorismo che preparò culturalmente il sorgere dei movimenti islamisti e l’azione militare del 1997.
È pensiero diffuso considerare i militari i legittimi eredi di Atatürk, difensori del carattere laico dello Stato contro le derive conservatrici. Ma questa è solo una parte della verità.
«Se è vero, infatti, che i militari sono intervenuti in difesa dello Stato non è altrettanto vero che ciò si sia tradotto in politiche progressiste», ha commentato Carlo Pallard, che ha ribadito che i militari sono stati interpretati come dei medici pronti a curare uno Stato malato. Ma anche che spesso queste cure si sono rivelate sbagliate.
Non è corretto, poi, a suo parere, soffermarsi sulla contrapposizione tra progressisti e conservatori: per capire la storia turca invita a concentrarsi piuttosto sulla divisione tra una maggioranza che faceva riferimento a un pensiero politico molto autoritario, a un cervello comune che esprimeva la volontà della nazione e pertanto mal accettava il dissenso e considerava la legittima opposizione come un tradimento, e una minoranza che ha tentato di vedere la Turchia come una democrazia compiuta.

La situazione turca, inoltre, è stata erroneamente presentata a livello mediatico come una rivoluzione islamista, ma il problema, secondo il prof. Ozzano, attiene piuttosto alla democrazia, non tanto alla laicità. In Turchia un’interpretazione molto forte della laicità ha teso ad escludere la religione da ogni aspetto della vita pubblica. Un esempio su tutti: l’uso del velo era proibito nei luoghi pubblici.
È quindi difficile comprendere come si sia arrivati all’orientamento islamista attuale senza considerare l’ascesa dell’AKP, il Partito Giustizia e Sviluppo, come una parabola da forza democratizzatrice fino alla svolta autoritaria.
L’AKP nasce nel 2002 da un’ala riformista del Partito del Benessere e si pone come innovatore: è il partito delle riforme, dell’agenda liberista in politica economica, che pone all’ordine del giorno la questione dei diritti umani, dei diritti dei curdi, dell’integrazione europea. Erdogan, l’attuale presidente della Turchia, ne è il fondatore e riesce a introdurre alla democrazia fasce di popolazione prima poco coinvolte, come le masse rurali. Dal 2002 al 2007 l’AKP si pone quindi come partito laico, non solleva questioni religiose, ridimensiona il ruolo dell’esercito in politica e grazie a molte riforme consente alla Turchia una crescita rapida e importante.
La delusione arriva poi con il mancato ingresso in Europa, che inaugura una fase di euroscetticismo e di disamore per l’Europa. Ecco allora che la Turchia si rivolge ad altri attori sullo scenario internazionale meno vicini ai Paesi occidentali, come l’Iran di Ahmadinejad. È un periodo di stagnazione, la politica di riforme rallenta ed Erdogan accentra il potere nelle sue mani, circondandosi di yes-man.

Tra il 2011 e il 2015 si registra un’involuzione autoritaria e una chiusura da parte dell’AKP, con un orientamento islamista (viene liberalizzato il velo e fatto divieto di consumare alcolici) e leggi restrittive che sfociano nelle proteste di piazza Tacsim.
«Dopo il 2015 non possiamo più parlare della Turchia come di una democrazia», afferma il prof. Ozzano. Viene infatti sovvertito il risultato elettorale con cui l’AKP non aveva ottenuto la maggioranza. Erdogan impedisce la formazione di un governo di coalizione e riporta il paese alle urne in un clima di forti intimidazioni: l’AKP ottiene la maggioranza. Si apre un periodo di forte repressione e di pesanti violazioni dei diritti umani della libertà di stampa, con l’arresto di 42 giornalisti e dei leader della minoranza curda.

Come hanno raccontato i media turchi questa involuzione e le proteste che ne sono derivate? Chiara Maritato ha focalizzato l’attenzione sulle manifestazioni del 28-30 maggio 2013 a Gezi Park, nei pressi di Piazza Taksim, cuore pulsante della moderna Istanbul, è diventata sinonimo della resistenza turca. È infatti il simbolo della Turchia repubblicana, come attestano il Monumento alla Repubblica e il centro culturale dedicato ad Atatürk, padre della patria, che dominano la piazza.

La privatizzazione di questo spazio con un progetto di costruzione di un centro commerciale in stile ottomano con annessa area pedonale al posto del parco è stato interpretato dunque come una minaccia e ha sollevato le proteste pacifiche dei cittadini. Il cantiere dei lavori è stato presidiato e sono iniziati gli scontri tra la polizia e i manifestanti, giovani di diversa estrazione sociale ma con la comune volontà di resistere alla violenza delle forze dell’ordine. L’indignazione per l’uso sproporzionato della forza nei riguardi di un movimento sostanzialmente pacifico, ha portato il dissenso fuori dai confini nazionali.

La stampa si è polarizzata, schierandosi: i media filo-governativi hanno avviato una campagna di delegittimazione e svalutazione dei manifestanti, considerati burattini nelle mani di poteri internazionali forti (si legga Israele o gli Stati Uniti) per sovvertire Erdogan; la stampa di opposizione si è concentrata sulla violenza della polizia contrapposta alla protesta pacifica.
I media mainstream hanno coperto poco e male la protesta nelle prime ore. Emblematico il caso della CNN turca, che mentre CNN internazionale trasmetteva in diretta le immagini degli scontri, ha scelto di continuare la messa in onda di un documentario sui pinguini. Episodio poi ridicolizzato sui social, con immagini di «pinguini-attivisti». Allo stesso modo e con la stessa viralità si è diffuso il termine «çapulcu», ovvero sciacallo, che Erdogan aveva usato in un discorso per stigmatizzare i giovani che occupavano Gezi park: da epiteto denigratorio si è trasformato in una parola d’ordine per i sostenitori del movimento di protesta.
La comunicazione smart attraverso i social network è stato uno strumento prezioso per agevolare i manifestanti nello sfuggire alle violenze, segnalando percorsi possibili o case disponibili ad accoglierli. Ora, come ha osservato la Marinella Belluati, docente di Analisi dei media e tra gli organizzatori di Voci scomode, ci si chiede se questo tipo di comunicazione, efficace durante gli scontri, possa andare oltre, alla luce di quello che è avvenuto con le primavere arabe e con la repressione post golpe in Turchia.


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